Il 2 novembre e l’Obon: due modi di ricordare chi non c’è più
Ricordare chi ci ha preceduto è un gesto che appartiene a tutte le culture. Cambiano i colori, i suoni, le parole. Cambia soprattutto il tono.
Tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre, in Italia ci prepariamo al 2 novembre, la Commemorazione dei defunti: i cimiteri, i crisantemi, il silenzio. Negli stessi giorni il Giappone celebra il Bunka no Hi, il Giorno della Cultura, il 3 novembre. La memoria dei defunti, lì, ha un altro appuntamento: l’Obon (お盆).

Quando i defunti tornano a casa
L’Obon si celebra a metà agosto in gran parte del Giappone e a luglio a Tokyo e in alcune altre zone. Secondo la tradizione, che unisce insegnamenti buddisti e credenze popolari, in quei giorni gli spiriti degli antenati tornano a trovare la famiglia. Davanti alle case si accendono piccoli fuochi di benvenuto, i mukae-bi, perché ritrovino la strada. Si prepara l’altare di famiglia con frutta e dolci, ci si riunisce con i parenti, si visitano le tombe. Nelle piazze si balla il Bon Odori, spesso in yukata. Alla fine, i fuochi di saluto (okuri-bi) e le lanterne lasciate scivolare sui fiumi, il tōrō nagashi, accompagnano le anime sulla via del ritorno.
Non è una festa nel senso allegro del termine: c’è raccoglimento, gratitudine, la visita alle tombe, ma l’atmosfera è quella di un’accoglienza più che di un addio.
E in Italia?
Qui il confronto tra “noi solenni e loro festosi” non regge fino in fondo. Il 2 novembre ha un volto silenzioso e composto ed è quello che conosciamo meglio. Ma in Sicilia nella notte tra l’1 e il 2 novembre i bambini trovano i regali portati dai morti di famiglia, con frutta martorana e dolci. In Sardegna ci sono Is Animeddas e Su Mortu Mortu con i bambini che bussano di porta in porta. In Lombardia e in Toscana si prepara il pan dei morti. Anche da noi, in certi luoghi, il ricordo ha il sapore della tavola, del gioco, della famiglia riunita.
Due Paesi lontani, un gesto simile: far tornare i morti a casa per un giorno e farlo con qualcosa da condividere.
Cosa c’entra con il nostro lavoro
Lo raccontiamo perché riassume ciò che vediamo ogni giorno. Il sentimento è lo stesso, ma il codice cambia. Quello che in una cultura è un modo di mostrare rispetto, in un’altra può sembrare freddezza o, al contrario, leggerezza. E il codice cambia anche dentro lo stesso Paese: l’Italia non è un’unica cultura e l’Europa ancora meno. Le barriere culturali esistono. Quando impariamo a conoscerle, smettono di essere un muro e diventano il terreno su cui costruire relazioni che durano.
C’è una tradizione giapponese, legata alla memoria o a qualsiasi altro aspetto della cultura, che vi ha sempre incuriosito?
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