Fuji san, approfondimento sul simbolo del Giappone

Cima innevata, pendici vertiginose, forma armoniosa e perfetta: il Monte Fuji. Maestoso da togliere il fiato, celebre icona culturale: luogo mistico e spirituale. Non ci sono parole per descrivere ciò che si prova al trovarsi di fronte a questa meraviglia della natura. La sua importanza è tale che spesso si dice che, più che simbolo del Giappone, esso sia, il Giappone.

Monte Fuji 富士山 Il simbolo del Giappone

Autore Ospite: Flavia

Il Fuji (富士山 Fu·Ji·San) è situato nella regione del Chūbu (中部地方), a circa 100 Km a sud-ovest della capitale Tokyo. Sorge tra le attuali prefetture di Yamanashi e Shizuoka, con a est la prefettura di Kanagawa. Tutta l’area, rientra nel territorio del Parco Nazionale Fuji-Hakone-Izu (富士·箱根·伊豆·国立公園Fuji·Hakone·Izu Kokuritsu·Koen). Assieme al monte Tate (立山) e al monte Haku (白山) è parte delle cd. Tre Montagne Sacre ( 三霊山 San·Rei·Zan ) così identificate poiché, appunto, sacre alla tradizione giapponese.

I numerosi siti storico-culturali intorno alla montagna ne testimoniano il grande significato spirituale da sempre attribuitole. In epoca pre-moderna fu infatti meta di pellegrinaggio tanto per monaci impegnati nella ricerca spirituale e nella disciplina di sé stessi, quanto per la gente comune.

Oggi questa connotazione religiosa si è persa. Anche se è ancora diffusa l’idea per cui, salire sulla cima del Fuji almeno una volta nella vita, sia quasi un dovere religioso. Oggigiorno le scalate sono altresì agevolate dai mezzi moderni, grazie a cui il percorso da farsi a piedi è più che dimezzato!

Fonte d’ispirazione per una vasta produzione culturale (letteratura, poesia, arte...), la sua influenza è giunta sino in Occidente. È ormai risaputo quanto le stampe dei maestri Hokusai e Hiroshige, ritraenti il Fuji, abbiano influenzato Monet e Van Gogh.

Il fatto che compaia fra le banconote yen e nel nome della principale emittente televisiva è indicativo del ruolo centrale che riveste per il popolo del Sol Levante. Tanto da essere classificato come “Sito Speciale di Bellezza Scenica” e tutelato come proprietà culturale dall’Agenzia per gli Affari Culturali (branca del MEXT). Nel 2013 è dichiarato Patrimonio Mondiale Culturale dall’UNESCO. Viene inserito nella categoria cultura – piuttosto che natura – poiché il suo impatto va ben oltre la sua essenza naturale. Sono almeno venticinque i siti d’interesse riconosciuti dall’UNESCO, sulla montagna più importante del Giappone.

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photo credits: expedia.it

Storia geologica del Fuji

Il Fuji si classifica come stratovulcano, ossia un vulcano formatosi dall’accumulo di strati di lava solidificata e ceneri vulcaniche. I suoi pendii particolarmente ripidi, la sua perfetta forma conica e simmetrica sono il risultato di tale processo di sovrapposizione. Presenta un cratere dal diametro di circa 600 metri, profondo 250 metri, e almeno 70 piccole cime secondarie fra cui il Monte Hōei e l’Omuro. La sua attività vulcanica è iniziata più di 100.000 anni fa.

A lungo si è convenuto che vi fossero tre stadi del processo di stratificazione, denominati “Piccola Vetta” (小御岳Ko·Mitake), Vecchio Fuji (古富士Ko·Fuji ) e Nuovo Fuji (新富士Shin·Fuji). Dal 2004 nuovi studi ed esplorazioni hanno invece svelato l’esistenza di una quarta fase Proto-Komitake (小御岳 Sen·Komitake). Attualmente si ritiene che il Komitake si sia originato a seguito di eruzioni prodotte dal Proto-Komitake centinaia di migliaia di anni or sono. Così come circa 100.000 anni fa un'eruzione del Komitake ha dato origine al Vecchio Fuji, la cui vetta è arrivata con le successive eruzioni a circa 2.700 metri. Così il Fuji nel corso dei millenni è andato man mano plasmandosi. Sino a giungere alla forma attuale circa 10.000 anni fa, dopo che anche Vecchio Fuji e Komitake sono scomparsi sotto gli strati di lava.

Ha eruttato nove volte tra il 781 e il 1083, per poi quietarsi per un po’ di secoli. La sua ultima eruzione – che ha formato il Monte Hōei – risale al 1707, cosa che per un po’ ha indotto a classificarlo come dormiente. Ma intorno al 1960 vi è una modifica di definizione: viene definito “attivo” ogni vulcano di cui si sia mai documentata l’eruzione. Nel 2003 un’ulteriore aggiornamento estende la definizione a ogni vulcano che abbia mai eruttato negli ultimi 10.000 anni e che continui a dare segni di attività. In base a queste due ultime denominazioni, il Fuji è ora considerato attivo. Si posiziona a 5 nell’Indice di Esplosività Vulcanica in una scala da 0 ad 8 (al pari dei nostri Vesuvio ed Etna).

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Geografia e territorio del Fuji San

Grazie ai suoi 3.776 metri di altezza, il nostro Fuji si qualifica indiscusso quale vetta più alta del Giappone. Tuttavia, tra il 1895 e il 1945 venne scavalcato da un’altra montagna! Come? Per via degli accordi post-bellici a chiusura del primo conflitto sino-giapponese, con il Trattato di Shimonoseki, quando Taiwan passa sotto il controllo giapponese. Perciò, formalmente, in quegli anni il territorio taiwanese è nipponico. Così, la “Montagna di Giada” taiwanese (玉山 Yu·Shan) – allora denominata dai giapponesi “Nuova montagna alta” (新高山Nii·Taka·Yama) – con i suoi 3.952 metri riesce per 50 anni a scalzare il Fuji-San.

Tre sono i centri abitati che sorgono alle sue pendici (i cui nomi caratterizzano anche tre delle principali vie d’accesso al Fuji): Gotemba (御殿場) a est, Fujinomiya (富士宮) a sud-ovest, Fujiyoshida (富士吉田) a nord.

Cinque, i laghi (富士五湖 Fu·Ji·Go·Ko) che lo circondano: Yamanaka (山中湖); Kawaguchi (河口湖); Saiko (西湖); Shōji ( 精進湖 ); Motosu (本栖湖). Curiosità: quest’ultimo in particolare sarebbe la versione giapponese del Loch Ness. Leggenda vuole che nel 1970 vi abbiano avvistato una creatura di 30 metri dalla pelle ruvida e piena di gobbe: è stata prontamente battezzata Mossie!

In prossimità dei laghi, a nord-ovest, troviamo anche una foresta di 3000 ettari: Aokigahara (青木ヶ原), nota anche col nome di Jukai (樹海) ossia “mare di alberi” (tristemente nota per il primato dei suicidi, seconda in questo solo al Golden Gate Bridge di San Francisco). L’area è altresì ricca di grotte e sorgenti termali.

Mishotai (御正体山) e Shakushiyama (杓子山) a nord-est, Kurodake (黒岳) a nord e Kenashi (毛無山) a ovest, sono invece le vette più prossime da cui è possibile ammirare il Fuji in prima fila.

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Fuji, etimologia e significati: Ma cosa significa “Fuji”?

Prima cosa da notare: il nome “Fuji” esisteva già prima dell’introduzione degli ideogrammi cinesi o sinogrammi. I caratteri utilizzati per indicarlo sono quindi stati scelti in base alla loro pronuncia, affinché quest’ultima coincidesse con la pronuncia preesistente. Scritto come lo è attualmente, ossia 富士山 (Fuji·San), gli viene attribuito il significato di “Montagna Prospera”.

Diverse sono però le opinioni secondo cui in passato “Fuji” abbia significato altro. Tutto dipende sempre dalla scrittura: a una stessa pronuncia può corrispondere più di un significato. Ergo più parole, distinguibili a quel punto dalla scrittura (oltre che dal contesto).

Eccovi le teorie più gettonate relative al significato di Fuji:

  • Montagna senza eguali【不二山】: molto popolare è la teoria secondo cui il nome del vulcano in origine venisse scritto con questi Kanji-ideogrammi– a significare “Montagna senza eguali” (二 è il numero due, quindi “non due”).
  • Monte dell’immortalità【不死山】: Questa interpretazione si basa su tre opere del passato: le antichissime cronache cinesi “Shiki” (史記), il Taketori Monogatari (竹取物語) e il Fuji Sanki (富士山記). I primi riportano dell’esistenza, in cima al vulcano, di un elisir dell’immortalità; il terzo descrive il monte come dimora degli esseri immortali. Il fuoco del Fuji così metafora del “fuoco” inesauribile della vita. Il Taketori Monogatari suggerisce però un’altra etimologia, quella di “montagna ricca di guerrieri” (富 = abbondanza, 士 = guerriero).
  • Montagna senza fine【不尽山】: Molti riconducono tale “essere inesauribile” alla neve poiché la cima è quasi perennemente coperta dal manto di neve.

Si tratta pur sempre di teorie ma, devo dire, che quest’ultima interpretazione sarebbe alquanto precisa. Personalmente non disdegno nemmeno l’alternativa della “Montagna senza eguali”, è certamente azzeccata!

L’equivoco “Fujiyama”

A proposito di nomi del Fuji, appare necessario aprire una parentesi sulla questione “Fujiyama”. Se non altro per coloro che non conoscono la lingua. Da quando è sfuggito alla penna del suo primo trascrittore, ci si potrebbe imbattere in questo termine anche in alcune guide turistiche. Ebbene, si tratta di un equivoco linguistico! Un errore risalente alle prime trascrizioni dal giapponese alle lingue occidentali.

Il carattere 山, che indica la montagna, è pronunciabile con la lettura cinese “san” ma anche con quella giapponese “yama”. La lettura cinese (on’yomi), chiaramente, si deve al fatto che gli ideogrammi vengono dalla Cina. La lettura di origine cinese scatta per lo più quando si hanno parole composte, altrimenti si adopera quella giapponese (kun’yomi). Non sono rare le eccezioni, ma il Fuji non è fra queste.

Ecco perché usare “Fujiyama” come traduzione di “Monte Fuji” (富士山) è un errore. “ 山 ” da solo può essere letto “yama”, ma accostato al nome “Fuji” assume la pronuncia “san”. Pertanto, “Fuji-San” è la sola pronuncia corretta per 富士山 [Monte Fuji].

Caso mai, sarebbe ammissibile la forma “Fuji no Yama” (富士の山 “montagna del Fuji”) poiché 山 e 富士 risultano divisi dalla particella di specificazione の. Effettivamente esiste anche questa espressione, ma è obsoleta, ritrovabile in antiche opere letterarie. Alcuni ravvisano anche la possibile contrazione di tale raro termine da “Fuji no Yama” in “Fuji-Yama”. Anche se fosse, l’eventuale assenza della particella の ne presuppone comunque la presenza, per quanto sottointesa. Cosa che non avviene nella trascrizione errata “Fujiyama”, dove nulla è contemplato fra “Fuji” e “Yama”. Indi, quest’ultimo rimane sempre un errore.

Altre versioni auliche o comunque in disuso sono:

  • Fu-Gaku (富岳 “Cima abbondante”);
  • Fuji no Takane (富士の高嶺 “Alta vetta del Fuji”);
  • Fuyō-Hō (芙蓉峰 “Sommità del loto”).

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La sacralità delle montagne nella tradizione giapponese

Montagne e vulcani da sempre hanno un posto speciale nella spiritualità giapponese che sin dagli albori attribuisce loro un significato particolare. Esse sono viste come luoghi misteriosi, sede di spiriti tanto buoni quanto cattivi. Una montagna o un vulcano è decisamente un posto speciale, sacro. Una divinità, oppure la sede di una/più divinità, percepita dal popolo come protettrice della comunità tutta.

Questa sensibilità autoctona – preesistente al Buddhismo – era una forma di sciamanesimo sfociato in quelle credenze e pratiche che vanno a costituire lo Shintoismo. Lo Shintō rese la natura oggetto di culto in quanto manifestazione terrena dei Kami (神 Divinità). Non solo le montagne ma anche le rocce, gli alberi, i fiumi e le cascate, i laghi...tutti sono percepiti come espressione terrena dei Kami. Il Fuji ad esempio è definito nello Shintō anche come “Yama no Kami” (山の神).
Tale pratica Shintō di venerazione delle montagne rientra nella Kannabi Shinkō (神奈備信仰 “Fede Kannabi”). Sono “Kannabi” tutti quei luoghi sacri adibiti a celebrare e ringraziare i Kami; nel caso delle montagne, la/le divinità o spiriti della montagna.

A tale concezione autoctona si intreccia poi la visione buddhista della montagna come luogo ascetico per la ricerca dell’Illuminazione e la realizzazione della Buddhità; quella taoista, della montagna come luogo mistico, di armonia Yin-Yang e dei cinque elementi; quella confuciana, della montagna come luogo cosmico che collega tutti gli esseri viventi nella comune ricerca dell’armonia e della realizzazione di sé (non in senso egoistico, naturalmente).

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photo credits: tripadvisor.com

L’antica fede Fuji: perché venerare una montagna?

La questione è molto semplice ma piena di significato. I giapponesi hanno sempre guardato al Fuji – alla natura in generale – con gli occhi di un bambino, oserei dire. Con attenzione verso i suoi comportamenti, reagendo ed adattando le loro azioni di conseguenza. Tanto per cominciare, e prima di ogni cosa, questo “guardare”, da solo, è distintivo del tipo di approccio che contraddistingue questo popolo. Entra poi in gioco il come hanno osservato, ossia, con attenzione. Il che ci porta allo step tre: la loro risposta in seguito a quanto hanno colto. Una risposta tanto pertinente quanto l’iniziale, attenta, osservazione. Una risposta che altro non comunica se non la presa d’atto “io ho ti riconosco, ho riconosciuto la tua esistenza; rispetto la tua volontà”. Solo una percezione attenta poteva portare a questo tipo di risposta.

Allora pensate al Fuji, così imponente, così perfetto...e così esplosivo in epoca antica: gli antichi giapponesi non poterono che rimanere impressionati, da cotanta manifestazione. I primi insediamenti di cui vi è traccia sono antichissimi: risalgono a un periodo compreso tra 11.000 e 13.000 anni fa, chiamato Jōmon Incipiente (primissima era preistorica giapponese). Ebbene, tra le altre cose, si sono rinvenute delle pietre, la cui disposizione indicava inequivocabili segni cerimoniali!

La sua potenza, unitamente alla sua imponenza, hanno portato gli antichi giapponesi a temerlo e ad ammirarlo contemporaneamente. Giungendo alla conclusione che quel vulcano così potente doveva per forza essere espressione di una divinità o proprio una divinità (神Kami). Per ovvie ragioni, si tese a ritenerlo una divinità del fuoco. Così il Fuji iniziò ad essere venerato con l’intento di scongiurarne le eruzioni, inevitabilmente interpretate come ira della divinità ivi presente.

La natura di questa antica fede autoctona rimane in ogni caso un po’ misteriosa, ma non deve stupire. In fondo, stiamo parlando di tempi davvero antichi.

Fuoco e Acqua: il dualismo del Fuji-Kami

Una cosa che però si riesce a ravvisare con più sicurezza è quel duplice atteggiamento/reazione di ammirazione e paura da parte degli antichi giapponesi. Nonostante il suo carattere fumino – mi si passi il termine – dell’epoca, il Fuji non era infatti percepito come mera divinità intrattabile o malvagia. Era semplicemente quello che era. E gli avi giapponesi ne consideravano anche i lati positivi...quasi tutti confluenti in un’unica parola: acqua.

Nei tempi antichi l’acqua del Fuji ha infatti rappresentato un’importante fonte di sostentamento per gli abitanti delle zone limitrofe oltre che per la fauna e la flora. Basti pensare che l’abbondanza di acqua – e di cibo – fu considerato motivo valido per voler continuare a vivere vicino al vulcano, a dispetto del pericolo da esso rappresentato.
Ancora oggi le abbondanti piogge e nevicate che ogni anno vi si riversano sono decisive al mantenimento o alla formazione nel sottosuolo di fiumi e sorgenti. E ancora oggi l’acqua delle montagne – e le montagne stesse – sono viste come fonte di fertilità (si pensi alle coltivazioni del riso). Inoltre l’acqua del Fuji era ritenuta anche sacra, tanto che successivamente verrà adoperata per le abluzioni e le purificazioni a scopo religioso/spirituale.

Il Fuji dunque era visto in modo duplice come fuoco e acqua–vulcano e sorgente–, divinità del fuoco e contemporaneamente sorgente di purificazione. Paura e rispetto per il potere del vulcano: semplicemente due facce della stessa medaglia. La dualità, in verità, è una caratteristica propria di questo popolo (lo si ritrova nella storia, nella lingua…). A quanto pare, nemmeno il Fuji ne è esente!

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Santuari Sengen-Asama

Le ire del divino-Fuji furono molto frequenti fra la fine del VIII e la metà X secolo. Così, verso il IX secolo, i santuari ad esso dedicati iniziarono a spuntare come funghi, non solo alle pendici del vulcano, ma in tutto l'arcipelago. Si parla di santuari Asama o Sengen (浅間) quando si tratta della divinità del Fuji (浅間の大神Asama/Sengen no Ōkami). I termini Asama e Sengen sono soltanto due letture diverse della stessa parola. Tuttavia, mentre “Asama” lo si può ritrovar riferito anche ad altre montagne, “Sengen” finisce per identificare tutti i santuari di culto Fuji, in particolare quelli alle sue pendici.

Spesso si legge che il Kojiki (古事記) – “Racconti degli antichi eventi” – associa la divinità del Fuji alla figura della dea Kono Hana Sakuya Hime (木花咲耶姫). Stando al mito, la dea “Principessa che fa fiorire gli alberi” discenderebbe direttamente da Izanami e Izanagi, divinità originarie creatrici dell'arcipelago giapponese. Se è vero che la più antica raccolta narrativa giapponese narri della Sakuya-Hime e di suo padre, il dio Oyamatsumi (大山津見神 “divinità montagna”), l’associazione al Fuji non è però così scontata. Avverte infatti lo storico Byron Earhart – tra le fonti principali del presente articolo – che questo collegamento è in verità recente. E che il Kojiki, in realtà, non farebbe alcuna connessione diretta fra il Fuji e la dea.

Ad ogni modo, è in tali santuari Sengen che hanno luogo quei rituali atti a prevenire le catastrofi provocate dal dio vulcano Sengen-Asama. Al quale, sempre al fine di placarne le ire, viene addirittura attribuito il titolo di Myōujin (明神 “Kami illustre”) ossia “Divinità Illustre”. I rituali consistevano in riti di pacificazione e di ringraziamento, accompagnati dalla lettura di sutra buddhisti.

In questa fase del culto però il Fuji non viene ancora scalato ma, piuttosto, venerato da lontano. Complice sicuramente il fatto, che intorno all’XI secolo la sua attività vulcanica è ancora instabile. È solo con l’inserimento del Buddhismo Esoterico in questa cornice – e col termine delle eruzioni – che i pellegrinaggi religiosi avranno inizio.

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Shugendō: dove lo Shintō incontra il Buddhismo

Non si può parlare di Fuji senza parlare di Shugendō. È infatti questa pratica ad accrescere significativamente la popolarità del Fuji attraverso l’ascetismo. Shugendō (修験道 “Via della Pratica Ascetica”) è l’incontro fra tradizione Shintō e Buddhismo Esoterico. Un ibrido fra le pratiche sciamaniche autoctone e la ritualità buddhista. Tale “ibridizzazione” consiste tanto in un mix di elementi di ciascuna tradizione quanto in una coesistenza degli stessi (alcuni elementi Shintō ad esempio rimangono ben intatti).

Lo Shugendō prende forma verso la fine del periodo Heian (794-1185) ma il Buddhismo “montano” degli asceti Saichō e Kūkai di epoca Nara ne è precursore. Come sappiamo, intorno al 1083 il Fuji cessa la sua intensa attività. Da allora inizia a venir identificato come luogo di “apparizione dei Buddha”: un posto per tutti coloro alla ricerca di un cammino spirituale. Cammino inteso anche in senso vero e proprio, come testimoniano i pellegrinaggi spirituali che man mano divengono sempre più un “fenomeno”. I praticanti, noti principalmente come Yamabushi (山伏) o Shugenja (修験者), includevano diversi tipi di asceti oltre ai monaci veri e propri.

Si riconducono le sue origini alle figure semi-leggendarie del principe Shōtoku (cui si sarebbe ispirato il sopra citato Saichō) e del mistico-asceta En no Gyōja o En no Ozunu. Leggenda vuole che sia il principe sia Ozunu abbiano raggiunto il Fuji in volo– proprio in stile mago taoista (仙人 Sen·nin). En no Ozunu è ricordato come il leggendario fondatore dello Shugendō, colui che avrebbe portato rituali e pratiche ascetiche sulle montagne.

Lo Shugendō è chiave poiché elabora e sviluppa la pratica montana nata in epoca Nara, portandola al Fuji. E rendendo quest’ultimo popolare come luogo d‘ascesi spirituale. Elemento fondamentale che lo caratterizza sono le esperienze ascetiche dei suoi principali esponenti e gli insights che ne ricevono, determinanti nella sincretizzazione fra Kami shintō e divinità buddhiste.

Murayama Shugendō, Matsudai e Raison

Se En no Gyōja è il fondatore “leggendario” dello Shugendō, più storici sono invece Matsudai (fine Heian) e Raison (presumibilmente fine Kamakura). I due asceti, che costituiscono lo Shugendō legato al Fuji.

Matsudai, il “Santo del Fuji” (富士上人 Fuji Shōnin) – secondo le cronache il primo a scalare la montagna – è colui che lo inaugura come luogo per le pratiche ascetiche. Nel 1149 avrebbe infatti eretto sulla sua cima una prima forma di tempio dedicato al Dainichi Nyorai (大日如来 il “Grande Sole-Buddha”). Operando così un primo sincretismo fra la divinità del Buddhismo Esoterico e Sengen-Asama Ōkami. Tuttavia poiché, allora come oggi, le condizioni lassù sono impervie pressoché tutto l’anno, Matsudai pone la base del neo-movimento alle pendici del monte. Precisamente, nella località di Murayama (l’odierna Fujinomiya)– da cui il nome “Murayama Shugendō”. Un complesso di templi inizia a sorgere tutt’intorno al monte. Da allora Murayama Shugendō diviene un movimento di entità tale, da esercitare pieno controllo sul monte (arrivando addirittura a riscuotere “pedaggi” per l’accesso alla cima).

Ma se Matsudai fa da apripista, è il monaco Raison a dare al movimento una struttura veramente organizzata. Attraverso la rete di templi, pratiche religiose e i percorsi – “inaugurati” sotto Murayama –, il Fuji diviene istituzionalizzato.

Si dice infatti che Matsudai dà al movimento la struttura verticale mentre Raison quella orizzontale. Raison apre la pratica ascetica sul monte anche alla gente comune, stabilendo contatti con i cosiddetti asceti laici (行人 Gyōnin) e i leader di gruppi locali. Questo segna già una piccola differenza da Matsudai, ai cui tempi invece il movimento era più che altro legato alla corte e alla famiglia imperiale (e successivamente alla classe dominate feudale).

L’opera di Raison fa così da apripista ai successivi pellegrinaggi di massa, portando però in sé anche il seme del declino del movimento. Complice l’avvento dell’epoca Sengoku, con l’aumento dei flussi verso il monte, ad un certo punto Murayama Shugendō non riuscirà più a controllare tutti i percorsi. L’uccisione del daimyō di Suruga poi–su cui il movimento poggiava–sarà il colpo finale che segnerà il tramonto di Murayama.

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photo credits: yamabushido.jp, mundo-nipo.com

Fuji-Ko ( 富士講 ), Kakugyō e Miroku

È dunque l’intreccio con la politica e le classi dominanti a trascinare in basso il Murayama Shugendō. Anche perché, i nuovi tempi richiedevano nuove risposte ai nuovi paradigmi storici che si stavano verificando. Siamo nell’epoca Sengoku (戦国), la dura era degli Stati Combattenti: un’era segnata da fame, disordine generale e terribili battaglie, dove nulla era stabile. Nel contesto di questi drammi, la gente aveva bisogno di nuove risposte. È in questo frangente che si originano quei gruppi religiosi noti come Fuji-kō (富士講). “Confraternite” che si rifacevano al culto popolare ispirato al Fuji e che individuavano nel Fuji il proprio luogo di culto. L’enfasi sull’inclusione di tutte le classi sociali, è ciò che distingue i Fuji-kō dal Murayama Shugendō.

È in questa cornice che entrano in gioco le figure di Kakugyō e – un po’ più tardi – Jikigyō Miroku (1671- 1733). Kakugyō con la sua attività accresce ulteriormente la fama del Fuji, facendo sì che moltissime persone comuni giungessero al monte, andando a costituire tali associazioni (講). Stessa cosa fa Miroku, tuttavia, con un atto di suicidio rituale sul monte, che pone il Fuji ancor più sotto i riflettori. Per questo, entrambi, sono ritenuti ispiratori del culto popolare Fuji-kō.

L’esperienza di Kakugyō aggira la tradizione Murayama, divenendo a sé stante rispetto a quella di Matsudai e Raison. Le rivelazioni che egli avrebbe ricevuto prima dallo spirito di En no Gyōja e poi dalla divinità sincretizzata del Fuji Sengen-Dainichi sono fondamentali. Gli sarebbe stato rivelato infatti che il Monte Fuji e la sua divinità sarebbero la fonte di tutto ciò che esiste. Che tutta la sofferenza di quel periodo era dovuta a uno squilibrio fra cielo e terra. E il modo per porvi rimedio, quello di unificare la fede Fuji in un sistema “cosmologico” di pratiche benefiche aperte a tutte le persone. Da ciò consegue la missione di Kakugyō, di unificare pratiche e credenze relative al Fuji come base del culto popolare dei Fuji-kō.

L’attività di Kakugyō è contraddistinta dalle purificazioni e abluzioni nei laghi intorno al Fuji. Nonché dalle pratiche ascetiche nelle Hitoana (人穴), le caverne del vulcano indicategli dall’essenza di En no Gyōja nella prima rivelazione, dove poi entrerebbe “in contatto” diretto con il Sengen-Dainichi.

Fuji Mandala

Ebbene sì, anche in Giappone c’erano i mandala! Originari dell’India, e passando per la Cina, attraverso il Buddhismo giunsero anche nella Terra del Sol Levante. Vogliamo ricordarli, perché furono uno strumento caratteristico e funzionale per il Buddhismo Esoterico di epoca Muromachi. I suoi praticanti se ne servivano per giungere alla comprensione della Verità Cosmica e come supporto durante le meditazioni.

Tali mandala rappresentavano l’ordine universale delle cose–la cui essenza è la Buddhità–e il rapporto fra questa e le sue manifestazioni terrene. Far propria tale verità a sole parole non venne ritenuto sufficiente e, per questo, si riconobbe nel linguaggio iconografico il modo migliore per interiorizzarla. L’immagine, più che la parola, pare lo strumento prediletto da questo popolo per entrare in contatto con l’essenza delle cose. In fondo, anche gli ideogrammi, cosa sono se non immagini?

Nello specifico, i Fuji mandala rappresentano il percorso ambivalente dei pellegrini– ossia quel cammino geografico e spirituale che decidevano di percorrere. Tipica di quest’epoca, la rappresentazione delle tre vette del Fuji associate alla triade delle divinità buddhiste Dainichi, Yakushi e Amida (oltre che alla dottrina Isshin Sangan 一心三観). Tanto popolare era, che le tre vette divennero una consuetudine dell’iconografia Fuji. Facendo salve naturalmente, le normali variazioni caratteristiche di ogni tempo.

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Meisho (名所): il Fuji nelle arti

I meisho (“celebre località”) sono quei luoghi scolpiti nell’immaginario collettivo poiché resi celebri dalle arti giapponesi. Sono un riflesso di quel rapporto speciale con la natura, da cui i giapponesi hanno sempre tratto ispirazione. La natura viene associata agli stati d’animo e l’immagine, è il modo migliore con cui questo popolo riesce a dar voce ai sentimenti più reconditi. Stagioni, ritmi e colori della natura, luoghi…divengono così essenziali, nella loro specificità, a esprimere stati d’animo altrimenti difficili da descrivere a parole. L’attenzione verso la natura viene così espressa attraverso un senso estetico che trascende la rappresentazione stessa dell’“oggetto”.

Tale tendenza si riscontra già in epoca Nara (VIII sec.), quando la tradizione scritta ancora non si era del tutto affermata. È di questo periodo l’antologia poetica Man’yōshū (万葉集 “Raccolta di diecimila foglie”). Il Man’yōshū parla del Fuji come di un dio “misterioso”, dai “fuochi ardenti”; lo dipinge come montagna ideale e ne evidenzia l’importanza come divinità protettrice. Che una delle primissime opere scritte ci parlino subito del Fuji è indicativo. Significa che il monte si era in qualche modo “installato” nell’immaginario collettivo, come meisho, già prima del passaggio alla tradizione scritta! E ciò benché a quel tempo non fosse ancora emerso come icona assoluta (seppur kami, era ancora “solo” una delle tante montagne sacre esistenti).

Intorno al XIII secolo inizia a farsi marcatamente più protagonista. In epoca Muromachi diviene centrale tanto come soggetto religioso (appunto, come nei Fuji Mandala) quanto come icona prettamente paesaggistica (pitture ad inchiostro in stile cinese). Tra queste, le “Otto vedute del Fuji” segnano l’inizio delle rappresentazioni del Fuji in serie, ispirando in epoca Edo i capolavori dei maestri Hokusai e Hiroshige.

Altre celebri opere in cui il Fuji fa la sua comparsa: Letteratura Taketori Monogatari (竹取物語) e Ise Monogatari (伊勢物語) entrambi del X secolo; i romanzi degli scrittori contemporanei Natsume Sōseki e Dazai Osamu. Arti visuali Le pitture su rotolo Shōtoku Taishi Eden/Emaki del XI secolo; le xilografie Ukiyo-e di Hokusai e Hiroshige dei secoli XVIII-XIX; e, naturalmente, fotografia e cinema in epoca moderna.

Scalare il Fuji ai giorni nostri

Quattro sono le vie d’accesso o percorsi possibili verso la vetta. In ordine crescente di altitudine:

  • 1450 m, sentiero Gotemba – il più lungo di tutti, privo di centri di assistenza medica, è poco gettonato;
  • 2000 m, sentiero Subashiri – meno gettonato e, forse per questo, privo di centri di assistenza medica;
  • 2300 m, sentiero Yoshida – il più popolare, poiché più semplice e pieno di servizi (rifugi, centri medici..) dunque ideale anche per i principianti;
  • 2400 m, sentiero Fujinomiya – il più breve ma anche il più ripido in assoluto, presenta un centro medico ed è mediamente affollato.

Tutti e quattro partono dalla 5ᵃ stazione (il termine “stazione” indica il livello di difficoltà della scalata): dalla 7ᵃ sino alla 9ᵃ, l’ultima, il livello è massimo. Tra salita e discesa il tempo totale è di circa 10-12 ore. Occorre dunque pianificare, e tenere presente che una parte della scalata andrà fatta di notte. Infatti, se volete essere presenti allo spettacolo del sorgere del sole – meta di quasi tutti i visitatori – il consiglio è quello di calcolare bene i tempi in modo da giungere al rifugio fra le 16.00 e le 19.00. Di riposarsi sino a mezzanotte, per poi proseguire la scalata per circa 4 ore arrivando in cima giusti, giusti per l’alba (alle 4.30!).

La stagione ufficiale delle scalate va grosso modo da inizio luglio a fine agosto (massimo, fino metà settembre). Varie cerimonie Shintō aprono l’accesso al Fuji il 1. luglio e si concludono con una grande fiaccolata nel santuario di Yoshida il 26 agosto. Avventurarvisi fuori da queste date è possibile…ma fortemente sconsigliato! Poiché il clima è sempre severo e peraltro, fuori stagione, i rifugi restano chiusi. Infatti ogni anno purtroppo si registrano dei morti, vuoi per valanghe, per scivolamento o assideramento…perciò, a meno che non siate superman, non andateci fuori stagione!

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No al “Bullet Climbing”

Quando si sale il Fuji, viene consigliato in ogni caso di arrivare alla 5ᵃ stazione e di fermarvisi per almeno un paio d’ore, prima di riprendere la salita, in modo da consentire al proprio corpo di adattarsi a clima e altitudine; di idratarsi sempre molto, oltre a fare diverse pause durante la scalata. È sempre sconsigliato, a maggior ragione ai principianti, di tentare il tutto nelle ore diurne per rientrare al tramonto. Pur cominciando la salita al mattino presto e prendendosela con calma, l’impresa può rivelarsi faticosa. Lo dimostra l’impennata nei malori in seguito a cui lo stesso governo nipponico si è visto obbligato a dissuadere dal praticare le “scalate pazze” o Bullet Climbing (“scalata proiettile”).

A proposito: lo sapevate che fino al XIX secolo le donne potevano salire fin solo alla 2ᵃ stazione? Lì, le si faceva attendere il ritorno dei loro congiunti uomini, addentratisi invece oltre. Questo perché un tempo non le si riteneva in grado di sopportare le dure condizioni del monte e che questo avrebbe intralciato i praticanti in isolamento. Pensate che la prima donna a salire sul Fuji nel 1833 lo fa camuffata da uomo! Sempre del XIX secolo poi, anche i primi stranieri in vetta.

Quando e dove ammirarlo al meglio

Le stagioni migliori in cui poterlo ammirare senza continue intromissioni da parte delle nuvole, rimangono sempre l’autunno e l’inverno– da novembre a febbraio. In particolare l’inverno, nei mesi di dicembre e gennaio, che se la giocano a seconda del tempo e del clima. Alcuni anni infatti la visibilità è migliore a dicembre, altri a gennaio.

La visibilità non è ottimale invece tra aprile e agosto, in particolare nei mesi di aprile, giugno e luglio, quando risulta particolarmente ridotta; ma anche a settembre, essendo quest’ultimo periodo di tifoni.

Insomma, a risultare determinante in termini di visibilità, più che le condizioni metereologiche (giornata di sole non equivale a buona visibilità!), sono le stagioni.
Tra fine estate e inizio autunno, si verifica poi il fenomeno del Fuji Rosso così definito per via della colorazione che il monte assume all’alba. Poiché il periodo in cui avviene è appunto circoscritto, assistervi è considerato di buon auspicio. In particolare per gli affari e la fertilità (sembra che i giapponesi vedano nel Fuji in modalità Rossa una donna in stato interessate!). In generale, che porti fortuna e faccia avverare i propri sogni.

photo credits: ameblo.jp/ameba20091/

Il momento migliore della giornata in cui osservarlo per intero è sempre la mattina, in particolare alle 8.00. Più avanti si va nella giornata infatti e meno risulta visibile–per intero–in modo ottimale.

Da Tokyo è visibile – foschia o nubi permettendo – in particolare da: Palazzo del Governo Metropolitano a Shinjuku (al 45esimo piano, ingresso libero!), Roppongi Hills, dall’iconica Tokyo Tower, ma soprattutto dall’imponente SkyTree. È possibile farlo anche dal 5° piano dell’Aeroporto Internazionale di Haneda, aperto 24 ore su 24! Buono a sapersi, in caso si sia in attesa di un volo proprio nel frangente dell’alba…no?

Da tenere presente poi anche la località Miho no Matsubara (三保の松原), storica per la veduta del monte Fuji. E, in primavera, lo spettacolo del “tappeto” dei Shibazakura, fiori di muschio rosa che ricoprono i prati ai piedi del monte. Ogni anno per l’occasione viene celebrato il Shibazakura Festival (芝桜祭).

Se ne può avere un’ottima visuale anche dal Monte Takao, a 1 ora da Shinjuku, ideale qualora si debba rimanere vicini a Tokyo. Infine, opinione del tutto personale: la vista del Fuji che si erge sullo sfondo della città di Yokohama, al tramonto, è semplicemente meravigliosa. Ho potuto osservarla da una delle mini-crociere disponibili nella baia.

photo credits: pinterest.it


TENOHA Milano presenta: Bulk Homme + Beauty Routine

TENOHA Milano ricorda l’importanza della Beauty Routine anche agli uomini con BULK HOMME! Prima di tutto facciamo un piccolo reminder sul “cos’è” la Japanese Beauty Routine.

TENOHA Milano e la Japanese Beauty routine

Autore: SaiKaiAngel

Con il capitolo 2, TENOHA Milano ci mostra che la Japanese Beauty Routine è una vera e propria dichiarazione per il nostro corpo, un modo per ricordargli ogni giorno che dobbiamo prenderci cura di lui. La prima dichiarazione d’amore infatti va fatta a noi stessi e al nostro benessere. Anche voi, uomini! Nello spazio TENOHA &| SHOP di TENOHA Milano potete farlo! Facciamo una panoramica su che cos’è questo nuovo capitolo della Japanese Beauty Routine e parliamo di BULK HOMME!

TENOHA beauty

BULK HOMME è stato lanciato in Giappone nel 2013, da quel momento la sua ascesa è stata velocissima soprattutto nel mercato D2C diretto al consumatore. Ora, BULK HOMME comprende 18 articoli con distribuzione in tutta l’Asia orientale.
Una particolare attenzione è concessa anche al design, che non solo è molto elegante, ma anche ecocompatibile, particolarità importantissima soprattutto al giorno d’oggi.

TENOHA beauty bulk homme

Ci sono pochi prodotti nella vita per i quali possiamo dire: "Ne ho assolutamente bisogno", con innumerevoli marchi che si contendono la nostra attenzione. Ma vi siete mai chiesti quali qualità sono essenziali per voi? BULK HOMME è un'esperienza unica e rinfrescante che non vedrete l'ora di vivere ogni giorno. Vedrete che ogni giorno la skincare con BULK HOMME diventerà un appuntamento essenziale di cui non potrete mai più fare a meno. Non solo vi aiuterà a fare quella famosa “dichiarazione d’amore” al vostro corpo di cui parlavamo prima, ma sarà anche un momento di distensione non solo della pelle, ma anche di tutto il corpo. Semplice ma emozionante, l'essenziale di tutti i giorni che affascina i sensi. Le soluzioni per la cura della pelle sono efficaci, presentate con stile ed eleganza, e sono un piacere da provare. Regalatevi un momento di piacere solo per voi stessi con BULK HOMME, il marchio per la cura della pelle maschile.

TENOHA beauty TENOHA beauty

BULK HOMME ricorda agli uomini quanto importante sia una buona skincare con tre fasi: il lavaggio del viso, l’uso del toner e della lozione.
Quello che rende i prodotti di BULK HOMME unici, non è solamente in design particolare e la qualità del prodotto in sè, ma anche la loro texture. Solitamente siamo abituati a prodotti con una texture pesante, grassa che alla fine risulta essere non adatta alla nostra pelle, la sentiamo molto soffocante sul nostro viso. Invece la texture dei prodotti BULK HOMME è leggera anche grazie agli ingredienti naturali di qualità tra cui salice, proteine della seta, acqua idratante Onsen ricca di minerali, estratti di Yuzu, mela verde e tè verde.

Bulk Homme

Se sei un uomo non puoi perdere questa occasione di provare i prodotto BULK HOMME che direttamente dal Giappone puoi trovare in TENOHA &| SHOP di TENOHA Milano! Fortunatamente ora c’è questo angolo di Giappone che ci permette di avere i prodotti migliori ad un passo da noi! Nel caso tu non fossi un uomo, ma tu stia cercando un regalo particolare e di qualità da fare ad un uomo, sarai sicura di fare una splendida figura con i prodotti BULK HOMME! E’ sicuramente di cui gli uomini presto non potranno più fare a meno!

Volete provare questi meravigliosi prodotti gratuitamente? Volete vederli e toccarli dal vivo? BULK HOMME promuove i suoi nuovi prodotti attraverso un product testing in TENOHA &| SHOP aperto a tutti i clienti!
Non mancate, vi aspettiamo!

Quando: 26 e 27 settembre | Mattino > 11:00 - 13:00 | Pomeriggio > 15:00 - 19:00
Dove: TENOHA & | SHOP c/o TENOHA MILANO — Via Vigevano, 18, 20144 Milano

CAPITOLO #3 - SHIBUI | Trattamento viso con prodotti giapponesi con la founder di Shibui Italia, Raffaella Grisa

“Tratto l’esterno e curo l’interno” è il motto su cui si basa la cura personale secondo Raffaella Grisa: è importante curare il proprio essere interno per far apparire la bellezza esteriore. Si cominci con il relax più totale con l’assaggio di un infuso creato con la foglia di gettou (elemento essenziale della linea di prodotti di cosmesi di Ruhaku) che ci aiuterà a purificare l’interno.

Il vero e proprio workshop comincerà con la specialist di Jbeauty Lorena con un momento meditativo grazie a HITO, una speciale fragranza che cura l’anima e riequilibra i chakra. Solo dopo aver purificato l’anima, si passerà alla cura della bellezza esteriore.

Avete voglia di dedicare un momento di puro benessere, interno ed esterno, allontanandovi da tutto ciò che appesantisce la vostra persona? Questo workshop vi permetterà di farlo! Non perdete questa occasione e concedetevi una giornata solo per voi!

Ovviamente i prodotti sono anche disponibili in TENOHA &|SHOP.

Quando: 7 novembre
# 1 turno 10:30 – 12:00
# 2 turno 14:00 – 15:30
# 3 turno 16:00 – 17:30 (solo se ci fossero altre richieste)

Dove: TENOHA & | WORK c/o TENOHA MILANO — Via Vigevano, 18, 20144 Milano
Costo: 40€
Posti: 10 a turno

CAPITOLO #4 - DOTERRA | Trattamento con oli essenziali - con Marcella Mosci

Ogni giorno siamo sottoposti a stress e freneticità, causa lavoro e problemi personali. Non pensate che sia il momento di fermarsi un attimo per cercare un po’ di pace ed equilibrio? . Con gli oli essenziali possiamo farlo facilmente e velocemente! In questo workshop creeremo per voi una bio beauty routine a seconda della vostra pelle con creme e oli essenziali. L’esperienza olfattiva guidata dagli oli essenziali, ci insegnerà il loro riconoscimento e la scelta del prodotto più adatto alla nostra pelle.

Ma cos’è esattamente DoTerra? Fondata nel 2008, DoTerra (da un’espressione di origine latina che significa “dono della terra”) è nata con la missione di diffondere i benefici degli oli essenziali con la certificazione CPTG (Certified Pure Therapeutic Grade®), che si contraddistinguono per gli standard di qualità, purezza e sicurezza più elevata di tutto il settore. Insieme a professionisti della medicina tradizionale e alternativa, incoraggia studi e applicazioni degli oli essenziali di grado terapeutico nelle pratiche sanitarie moderne. DoTerra ha anche sviluppato l’iniziativa Co-Impact Sourcing, attraverso la fondazione Healing Hands, che permette uno sfruttamento sostenibile delle risorse per la produzione di oli, il sostegno delle comunità locali e lo sviluppo di progetti di responsabilità sociale.

Quando: 21 novembre
#1 turno 10:30 – 12:00
#2 turno 14:00 – 15:30

Dove: TENOHA & | WORK c/o TENOHA MILANO — Via Vigevano, 18, 20144 Milano
Costo: 40€
Posti: 10 a turno

Cosa state aspettando? Il momento da dedicare a voi stessi è arrivato! Vi aspettiamo!


Japan History: Saitō Hajime

Saitō Hajime (Yamaguchi Hajime, 18 febbraio 1844 - 28 settembre 1915) è stato un samurai giapponese del tardo periodo Edo, che servì come capitano nella terza unità della Shinsengumi. Fu uno dei pochi membri sopravvissuto alle numerose guerre del periodo Bakumatsu. In seguito cambiò il suo nome in Fujita Gorō e lavorò come ufficiale di polizia a Tokyo durante la Restaurazione Meiji.

Saitō Hajime della terza unità della Shinsengumi

Autore: SaiKaiAngel

Saitō Hajime

photo credits: wikipedia.org

È nato a Edo, nella provincia di Musashi (ora Tokyo) come Yamaguchi Hajime, aveva un fratello maggiore di nome Hiroaki e una sorella maggiore di nome Katsu. Secondo i documenti pubblicati della sua famiglia, Saitō lasciò Edo nel 1862, dopo aver accidentalmente ucciso un hatamoto (un samurai al servizio diretto dello shogunato Tokugawa del Giappone feudale).

Andò a Kyoto e insegnò nel dōjō di un uomo di nome Yoshida che in passato si era affidato al padre di Saitō, Yūsuke. Il suo stile di spadaccino non è chiaro. Secondo una tradizione dei suoi discendenti, il suo stile deriva da Ittō-ryū e sembrava essere un Mugai Ryū che ha origine da Yamaguchi Ittō-ryū. Si ritiene inoltre che abbia imparato Tsuda Ichi-den-ryū e Sekiguchi-ryū.

Viveva fedelmente secondo il codice della Shinsengumi "Aku Soku Zan" (letteralmente: "Uccidere il male immediatamente", ma più poeticamente reso come “Morte veloce al male"), anche se non mostra mai molto rispetto per la vita umana, in alcuni punti anche lasciando intendere che gli piaceva uccidere. È sempre stato piuttosto arrogante, ma nessuno di questi difetti gli impedì di diventare un superbo investigatore e combattente. Si è sempre aspettato che i militari, siano essi spadaccini della Shinsengumi o poliziotti dell'era Meiji, potessero svolgere i loro compiti senza interferenza con i loro sentimenti personali.

Credeva nella pace e nell'ordine, anche nella società creata dai suoi ex nemici. Saitō Hajime si è spesso mostrato come la copia di Himura Kenshin che camminava e svolgeva i suoi doveri nell'ombra della società a modo suo, seguendo con devozione il suo codice d'intenti di tutta la vita, Saitō era l'uomo che faceva il lavoro sporco necessario, uccidendo le persone crudeli. Chiunque considerasse corrotto o dispotico, era destinato per lui all’'eliminazione, in onore del suo paese e dei suoi caduti.

Pur essendo normalmente serio, Saitō aveva un leggero senso dell'umorismo morboso e un po' sadico, dimostrato dal fatto che usava la spada per tentare con disinvoltura di pugnalare Sanosuke Sagara nel sedere attraverso il tetto della carrozza su cui stavano con Himura Kenshin.

Durante l'Arco di Kyoto, Saitō Hajime si unì a Kenshin per combattere contro Shishio Makoto. Tuttavia, egli considerava Himura Kenshin più un avversario che un alleato. Più tardi, dopo aver promesso a Himura Kenshin di non uccidere mai più, Saitō decise di porre fine alla loro rivalità.

Saitō fu un abile osservatore e un veloce analista (spia per il governo Meiji). Oltre a essere un abile spadaccino, si rivelò possedere un'immensa forza fisica quando prese a pugni l'erculeo Sagara Sanosuke in un corpo a corpo.

Saitō era altamente riconoscibile per i suoi occhi stretti, le ciocche di capelli "a ragno" davanti alla fronte (si diceva somigliasse ad un lupo), la sua propensione al fumo e la katana sul suo fianco sinistro.

Periodo Shinsengumi

Come membro della Shinsengumi, si diceva che Saitō Hajime fosse una persona introversa e misteriosa; una descrizione comune della sua personalità dice che "non era un uomo predisposto alla conversazione" ma insolitamente alto 180 cm. Era anche noto per essere molto dignitoso, soprattutto negli ultimi anni, si assicurava sempre che il suo obi fosse legato bene e quando camminava faceva attenzione a non trascinare i piedi, sedendosi sempre nella posizione formale, chiamata seiza. Inoltre, era anche molto vigile, in modo da poter reagire immediatamente a qualsiasi situazione si potesse verificare.

Era noto per essere molto intimidatorio quando voleva esserlo. Oltre ai suoi doveri di capitano della Terza Squadra della Shinsengumi, era anche responsabile dell'eliminazione delle potenziali spie all'interno dei ranghi della Shinsengumi.

La sua posizione originale all'interno della Shinsengumi era quella di vicecomandante assistente. Durante l'incidente di Ikedaya dell'8 luglio 1864, Saitō era con il gruppo di Hijikata Toshizō che arrivò più tardi alla locanda Ikedaya.

Il 20 agosto 1864, Saitō e il resto della Shinsengumi presero parte all'incidente di Kinmon contro i ribelli Chōshū. Nella riorganizzazione dei ranghi, nel novembre 1864, fu prima assegnato come capitano della quarta unità e più tardi avrebbe ricevuto un premio dallo shogunato per la sua parte nell'incidente di Kinmon.

Nel nuovo quartier generale della Shinsengumi a Nishi Hongan-ji, nell'aprile 1865, fu assegnato come capitano della terza unità. Saitō era considerato allo stesso livello di spadaccino del capitano della prima truppa Okita Sōji e del capitano della seconda truppa Nagakura Shinpachi. In realtà, sembra che Okita temesse la sua abilità con la spada.

Nonostante i precedenti legami con Aizu, i suoi discendenti contestano il fatto che abbia servito come spia. La sua controversa reputazione deriva dal fatto che egli ha giustiziato diversi membri corrotti della Shinsengumi; tuttavia, le voci sul suo ruolo nella morte di Tani Sanjūrō nel 1866 e di Takeda Kanryūsai nel 1867 variano. Anche il suo ruolo di spia interna della Shinsengumi è discutibile; si dice che sia stato incaricato di unirsi al gruppo di Itō Kashitarō Goryō Eji Kōdai-ji del gruppo Goryō Eji Kōdai-ji, per spiarli, che alla fine portò all'incidente di Aburanokōji del 13 dicembre 1867.

Insieme al resto della Shinsengumi, divenne un hatamoto nel 1867. Alla fine del dicembre 1867, Saitō e un gruppo di sei membri della Shinsengumi furono accusati di aver protetto Miura Kyūtarō, che era uno dei principali sospettati dell'omicidio di Sakamoto Ryōma. Il 1° gennaio 1868 combatterono contro sedici assassini che tentarono di uccidere Miura per vendetta alla Tenmaya Inn per quello che fu conosciuto come l'incidente Tenmaya.

Dopo lo scoppio della guerra Boshin dal 27 gennaio 1868 in poi, Saitō, sotto il nome di Yamaguchi Jirō, partecipò alla lotta degli Shinsengumi durante la battaglia di Toba-Fushimi e la battaglia di Kōshū-Katsunuma, prima di ritirarsi con i sopravvissuti a Edo e successivamente nel dominio di Aizu.

Saitō Hajime divenne comandante degli Aizu Shinsengumi intorno al 26 maggio 1868 e continuò nella battaglia di Shirakawa. Dopo la battaglia del Passo Bonari, quando Hijikata decise di ritirarsi da Aizu, Saitō e un piccolo gruppo di 20 membri separati da Hijikata e dal resto della Shinsengumi rimasta, continuò a combattere a fianco dell'esercito di Aizu contro l'esercito imperiale fino alla fine della battaglia di Aizu. Questa separazione è stata registrata nel diario del conservatore Kuwana Taniguchi Shirōbei come evento che ha coinvolto anche Ōtori Keisuke, a cui Hijikata ha chiesto di prendere il comando della Shinsengumi; quindi il suddetto scontro non è stato con Hijikata.

Saitō, insieme ai pochi uomini rimasti della Shinsengumi che andarono con lui, combattè contro l'esercito imperiale a Nyorai-dō, dove erano fortemente in minoranza. Fu durante la battaglia di Nyorai-dō che si pensava che Saitō fosse stato ucciso in guerra; tuttavia, riuscì a tornare alle linee di Aizu e si unì all'esercito del dominio di Aizu come membro dei Suzakutai. Dopo la caduta del castello di Aizuwakamatsu, Saitō e i cinque membri sopravvissuti si unirono a un gruppo di ex-servizi di Aizu che viaggiarono a sud-ovest verso il dominio di Takada nella provincia di Echigo, dove furono tenuti prigionieri di guerra. Nei registri che elencano gli uomini di Aizu detenuti a Takada, Saitō è registrato come Ichinose Denpachi.

Restauro Meiji

Saitō Hajime, sotto il nuovo nome di Fujita Gorō, andò a Tonami, il nuovo dominio del clan Matsudaira di Aizu. Si stabilì con Kurasawa Heijiemon, il karō di Aizu che era un suo vecchio amico di Kyoto. Kurasawa fu coinvolto nella migrazione dei samurai di Aizu a Tonami e nella costruzione di insediamenti a Tonami, in particolare nel villaggio di Gonohe. A Tonami, Fujita incontrò Shinoda Yaso, figlia di un credente di Aizu. I due si sono incontrati attraverso Kurasawa, che poi ha vissuto con Ueda Shichirō. Kurasawa ha sponsorizzato il matrimonio di Fujita e Yaso il 25 agosto 1871. Proprio durante questo periodo Fujita potrebbe essere stato associato all'Ufficio di Polizia.

Fujita e Yaso si trasferirono dalla casa di Kurasawa il 10 febbraio 1873. Quando lasciò Tonami per Tokyo il 10 giugno 1874, Yaso si trasferì a Tokyo con Kurasawa e l'ultima registrazione della famiglia Kurasawa risale al 1876. Non si sa cosa sia successo dopo. Fu durante questo periodo che Fujita Gorō iniziò a lavorare come agente di polizia nel Dipartimento di Polizia Metropolitana di Tokyo.

Nel 1874 Fujita sposò Takagi Tokio, figlia di Takagi Kojūrō, un servitore del dominio di Aizu. Il suo nome originale era Sada; ha servito per un certo periodo come compagna di Matsudaira Teru. Fujita e Tokio avevano tre figli: Tsutomu (1876-1956); Tsuyoshi (1879-1946); e Tatsuo (1886-1945). Tsutomu e sua moglie Nishino Midori ebbero sette figli; la famiglia Fujita continua ancora oggi attraverso Tarō e Naoko Fujita, i figli del secondogenito di Tsutomu, Makoto. Il terzo figlio di Fujita, Tatsuo, fu adottato dalla famiglia Numazawa, parenti materni di Tokyo, la cui famiglia era stata quasi annientata durante la guerra Boshin.

Saitō Hajime

photo credits: wikipedia.org

Fujita ha combattuto al fianco del governo Meiji durante la ribellione Satsuma di Saigō Takamori, come membro delle forze di polizia inviate a sostenere l'esercito imperiale giapponese.

Durante la sua vita, Fujita Gorō ha condiviso alcune delle sue esperienze Shinsengumi con pochi eletti, ma non ha scritto nulla sulla sua attività nella Shinsengumi come Nagakura Shinpachi. Durante la sua vita nel periodo Meiji, Fujita fu l'unico autorizzato dal governo a portare una katana nonostante il crollo della regola Tokugawa. Nel 1875 Fujita assistette Nagakura Shinpachi (come Sugimura Yoshie) e Matsumoto Ryōjun nella realizzazione di un monumento commemorativo noto come Tomba della Shinsengumi in onore di Kondō Isami, Hijikata Toshizō, e di altri membri della Shinsengumi deceduti a Itabashi, Tokyo.

Dopo il suo ritiro dal Dipartimento di Polizia Metropolitana di Tokyo nel 1890, Fujita lavorò come guardia per il Museo Nazionale di Tokyo, e più tardi come impiegato e contabile della Tokyo Women's Normal School dal 1899.

Saitō Hajime

photo credits: wikipedia.org

Sembra che l’alcolismo di Fujita avesse contribuito alla sua morte per un'ulcera allo stomaco. Morì nel 1915 all'età di 72 anni, seduto in seiza nel suo salotto. Per sua volontà, la sepoltura avvenne ad Amidaji, Aizuwakamatsu, Fukushima, Giappone.


TENOHA &| WORKSHOP: Kintsugi

Un altro appuntamento da non perdere a TENOHA Milano che ci torna a proporre il workshop di Kintsugi, dopo il grande successo della precedente edizione!

Kintsugi workshop con Mariangela Zabatino e Raffaella Nobili

Autore: SaiKaiAngel

Kintsugi

Mariangela Zabatino di Anima Mundi, con la collaborazione di Raffaella Nobili di Paraventi giapponesi, vi trasporterà nella calma e la giusta concentrazione che solo la tecnica Kintsugi può dare.

Per rispolverare la mente, ecco di cosa tratta questa tecnica: Il kintsugi (金継ぎ), o kintsukuroi (金繕い), letteralmente "riparare con l'oro", è una pratica giapponese che consiste nell’utilizzare oro, argento liquido o lacca con polvere d'oro per la riparazione di oggetti in ceramica. La tecnica permette di ottenere degli oggetti preziosi soprattutto dal punto di vista artistico. L’idea è quella di dimostrare che dall'imperfezione e da una ferita può nascere una forma ancora maggiore di perfezione estetica e interiore. Da ogni frammento, da ogni ferita nasce qualcosa di importante, da ogni imperfezione può nascere una nuova perfezione ed un nuovo modo di vivere. Dobbiamo sempre imparare dagli errori e dalle fratture, in modo che possano non capitare più. L'arte del kintsugi viene spesso utilizzata come simbolo e metafora di resilienza.

Il Kintsugi è un’esperienza essenziale per il corpo e la mente. Non perdete questa occasione e venite a capire il vero significato di “rinascita”, ovviamente sempre qui a TENOHA Milano, il vero angolo di Giappone in Italia! 

Cliccate il seguente link per prenotare il vostro posto!
PRENOTA ORA

Dettagli

Quando: 4 ottobre 2020
10:30 -10:50 inizio corso e cenni introduttivi sul Kintsugi tramite proiezione slide
10:50 -12:30 svolgimento e messa in pratica del corso con la riparazione di due ceramiche

Dove: TENOHA & | WORK
TENOHA MILANO — Via Vigevano, 18, 20144 Milano

Costo: 75€ a persona

Posti: N° minimo 7, N° massimo 13

Cliccate qui per maggiori informazioni:
https://workshops.tenoha.it/


Festival delle Lucciole di Nagano

Con l'avvento del COVID-19, molti eventi sono stati cancellati in tutto il mondo, ma il festival delle lucciole in Giappone non si ferma e quest'anno gli insetti luminosi danzano da soli.

La danza solitaria del festival delle lucciole nel 2020

Autore: Erika | Fonte: Japan Times

E' un momento magico quando a Tatsuno, nella prefettura di Nagano, il sole tramonta e migliaia di lucciole cominciano a danzare e brillare, creando così uno spettacolo unico. Solitamente, questo evento porta folle di visitatori nella città, tuttavia a causa dell'epidemia da coronavirus, quest'anno agli spettatori non è concesso assistere a questo evento.

Infatti, in questo strambo 2020, la danza degli insetti incandescenti si svolge senza spettatori poiché l'evento è stato annullato. Ciò nonostante, anche se molti fan sono rimasti delusi, si è creata un'atmosfera insolitamente serena e unica. Gli insetti infatti non si fermano e continuano a lampeggiare, spegnendosi e accendendosi, danzando nell'aria notturna. Uno spettacolo naturale che dura solo 10 giorni all'inizio dell'estate che segna l'ultimo capitolo della vita di una lucciola.

Katsunori Funaki dice che "L'incandescente è il comportamento di corteggiamento delle lucciole. Esse brillano per comunicare tra il maschio e la femmina. Durante il breve periodo di 10 giorni, trovano un compagno e depongono le uova per l'anno successivo".

festival delle lucciole

Insomma, il festival delle lucciole è un vero e proprio appuntamento da non perdere. Infatti, più di 30.000 compiono questa magia durante quei 10 giorni a Tatsuno, al centro della prefettura di Nagano. Il sindato Yasuo Takei dice "Le testimonianze storiche dicono che un numero enorme di lucciole è stato visto lungo il fiume Tenryu tra la fine del 19° e l'inizio del 20° secolo". Queste piccole creature erano quasi estinte nella zona a causa della forte produzione delle industrie di seta che creavano inquinamento.

Tuttavia, dopo la Seconda Guerra Mondiale, la città ha lavorato duramente per ricreare e ripristinare l'ambiete adatto per proteggere le lucciole che ora attirano migliaia di visitatori durante l'annuale festival estivo. "Quando abbiamo molte lucciole, otteniamo un paesaggio spettacolare pieno di luci, con sia le stelle che le lucciole che brillano riflesse nell'acqua", ha detto Takei. Un evento e un panorama assolutamente unico nel suo genere. 

festival delle lucciole

Proprio per la forte importanza che ha questo festival, la città ha creato un parco con fossati per portare l'acqua dolce dal fiume, con cascate e una casa acquatica ricca di ossigeno per gli insetti.

I festival delle lucciole vanno in scena dalla fine di giugno in molte parti del Giappone e questo rito di corteggiamento luminoso è celebrato vivamente in tutto il paese.

"Le lucciole sono creature che crescono per oltre un anno e volano per soli 10 giorni per lasciare la generazione successiva prima di morire", ha detto l'organizzatore del festival. "Vogliamo prenderci cura di loro in modo che lascino le uova per il prossimo anno e vedremo ancora una volta le lucciole danzare meravigliosamente".


Johanna Tagada Hoffbeck @ TENOHA Milano

TENOHA Milano è orgogliosa di presentare Memories from the Ordinary, la prima mostra milanese di Johanna Tagada, artista francese che vive e lavora tra Londra e la campagna alsaziana.

MEMORIES FROM THE ORDINARY Johanna Tagada Hoffbeck

Autore: SaiKaiAngel

Johanna Tagada Johanna Tagada

Memories from the Ordinary, a cura di Giulia Giazzoli e Joel Valabrega, sarà a vostra disposizione negli spazi pop-up di TENOHA Milano. I lavori spaziano dalla pittura al disegno, e dal collage al textile design e… udite udite!! In anteprima, Johanna Tagada esporrà anche a due opere inedite della sua serie Gestures of Love! Un appuntamento assolutamente da non perdere.

Gestures of Love

Secondo l’artista, la vita risiede nei momenti di semplicità, di positività, in una società che non si ferma mai per godere di queste bellezze.
Il suo lavoro ha una grandissima riconoscibilità: la scelta minuziosa della palette colori attentamente studiata, la selezione dei materiali e delle texture che spesso precedono l’opera. I colori tenui, le forme morbide e i materiali sostenibili e stiamo parlando di fibre di cotone biologico, carte riciclate e colori naturali. L’idea dell’ecologico di Johanna Tagada trova le sue fondamenta nella deep ecology di Arne Naess, filosofo e alpinista norvegese che per primo ha utilizzato il termine ecosofia.

Johanna Tagada

Daily-Practice

Facciamo alcuni esempi: nella serie Tea Vessels, Johanna Tagada raffigura oggetti legati alla cultura del tè in un tempo massimo di venti minuti, esattamente il tempo di una tazza di tè. Questo è un esempio di come la vita quotidiana possa essere completamento della vita artistica passando alla meditazione, che svolgiamo in tutti i nostri gesti quotidiani. Il tema della memoria emerge con forza nell’installazione Le Refuge (2016). La Refuge è una grande tenda di cotone al cui interno Johanna Tagada ha ricamato a mano frasi raccolte dai visitatori durante il suo progetto Épistolaire Imaginaire (2014-2017) .

Johanna Tagada

Le Refuge

Stiamo parlando di un’artista molto vivace e prolifica e ha già all’attivo una serie di mostre personali a Londra, Los Angeles, Tokyo e Strasburgo, in particolare:
Strasburgo - Épistolaire Imaginaire - Merci alla Galerie Jean-Francois Kaiser di
Nidi Gallery Tokyo - Take Care - きをつけて.
Nel 2014 Johanna ha fondato il progetto culturale positivo e collaborativo Poetic Pastel.La sua continua ricerca dell’arte è sfociata anche nell’editoria: nel 2018 ha co-fondato il magazine indipendente “Journal du Thè” e dal 2014 dà vita a progetti culturali “positivi e partecipativi” con Poetic Pastel Press. Alcune delle sue incredibili pubblicazioni, saranno in vendita nello store di TENOHA.

Johanna Tagada Johanna Tagada

Per far sposare la vita quotidiana con l’arte, per rispettare il sentimento dell’artista e per coccolare come sempre i visitatori, durante la mostra saranno offerti tè e infusi biologici in collaborazione con Wilden Herbals Tea.
Non potete perdere questa occasione e questa esperienza unica e sensoriale!

Dettagli

Dove: TENOHA MILANO – Pop-up space, Via Vigevano, 18, 20144 Milano
Quando: Dal 9 al 18 settembre 2020 dalle ore 15 alle 21

A cura di Giulia Giazzoli e Joel Valabrega
In collaborazione con: TENOHA MILANO
Sponsor tecnico: Wilden Herbals Tea

Contatti:
Giulia Giazzoli giazzoligiulia@gmail.com
Joel Valabrega joel.valabrega@gmail.com


Movie week @ TENOHA Milano

Tornano i grandiosi eventi di TENOHA Milano con la Maratona di film targata STUDIO GHIBLI nella MOVIE WEEK! Cosa c’è di meglio di questi splendidi film insieme agli unici aperitivi di TENOHA Milano? Ma vediamo più approfonditamente di cosa tratta lo Studio Ghibli.

Maratona Studio Ghibli a TENOHA Milano

Autore: SaiKaiAngel

TENOHA Ghibli

Lo Studio Ghibli, Inc. è uno studio cinematografico di film d'animazione giapponese. I suoi anime sono conosciuti ed apprezzati in tutto il mondo.

Fondato nel 1985 dal celebre regista Hayao Miyazaki insieme al suo collega Isao Takahata, risale comunque originariamente nel 1983 con l’inizio della lavorazione di Nausicaä della valle del vento (1984), precedentemente serializzato nel 1982 come manga dalla Tokuma Shoten.
“Ghibli” è il nome di un vento caldo usato dai piloti italiani in Nord Africa nella Seconda Guerra Mondiale e dei loro aeroplani da ricognizione. Hayao Miyazaki, che ha da sempre una passione per i vecchi velivoli ha deciso di usare questa parola come nome per il nuovo studio con la frase: “Facciamo soffiare un vento caldo nel mondo dell’animazione giapponese!”

Programmazione Film

CASTELLO ERRANTE DI HOWL

TENOHA Ghibli

• 18 Settembre 2020 - Il Castello Errante di Howl • ハウルの動く城 (2004)
La giovane Sophie, 18 anni, lavora senza posa nella boutique di cappelli che apparteneva a suo padre. Durante una delle sue rare uscite in città, conosce Howl il Mago. Fraintendendo la loro relazione, una strega lancia un maleficio terribile su Sophie e la trasforma in una vecchia di 90 anni. Prostrata, Sophie fugge e vaga nelle terre desolate. Per puro caso, entra nel Castello Errante di Howl e, nascondendo la sua vera identità, si fa assumere come donna delle pulizie. Questa “vecchia signora”, tanto misteriosa quanto dinamica, riuscirà in breve tempo a dare nuova vita alla vecchia dimora abitata solo da un giovane apprendista, Markl, e da colui che manda avanti il Castello, Calcifer, il demone del fuoco. Più energica che mai, Sophie compie dei miracoli. Quale favoloso destino la attende? Cosa succederà tra lei e Howl?

LA CITTA’ INCANTATA

TENOHA Ghibli

• 19 Settembre 2020 - La Città Incantata • 千と千尋の神隠し (2001)
Chihiro, una bambina di 10 anni, e i suoi genitori stanno traslocando, quando il padre della bambina prende la strada sbagliata. Pensando di aver trovato un parco divertimenti abbandonato il padre si addentra nel complesso per visitarlo, seguito dalla moglie e, a malincuore, da Chihiro. I tre superano il letto di un fiume in secca e si trovano in una città composta interamente da ristoranti e locali, e su un bancone trovano un ricco buffet. I genitori si siedono e cominciano a mangiare, pensando di pagare quando si mostrerà qualcuno. Chihiro intanto esplora la zona e trova un grande complesso termale. Un giovane ragazzo, Haku, le ordina di andarsene, ma tornando indietro la bambina scopre che i genitori sono diventati maiali e che non riesce ad attraversare il fiume ormai in piena.

NAUSICAA

Studio Ghibli

• 20 Settembre 2020 - Nausicaä della Valle del vento • 風の谷のナウシカ
In seguito ad un cataclisma che ha sconvolto l’intero pianeta, una foresta tossica ha ricoperto la maggior parte della superficie terrestre. In questo scenario apocalittico, dove una nuova guerra è sul principio di esplodere, il regno della Valle del Vento – governato da Jihl, padre della coraggiosa Principessa Nausicaä – è una delle poche zone ancora popolate. Nausicaä ha due doni: saper cavalcare il vento volando come gli uccelli e riuscire a comunicare con gli Ohm, i giganteschi insetti guardiani della foresta. Grazie alle sue abilità nonchè all’amore e alla stima del suo popolo, la Principessa Nausicaä intraprenderà una coraggiosa sfida volta a ristabilire la pace e a riconciliare l’umanità con la Terra.

Dettagli

Quando: 18 – 19 – 20 settembre
Aperitivo dalle 18:00 alle 20:00
Proiezione dalle 18:00

Dove: & | DISCOVER, TENOHA MILANO via Vigevano 18, 20144 Italia
Costo: speciale aperitivo € 12 + free entry al cinema
Posti: 20 Max (fino ad esaurimento posti)


Japan History: Yamaoka Tesshu

Ono Tetsutaro, meglio conosciuto come Yamaoka Tesshu, nacque a Tokyo il 10 giugno 1836. Suo padre era Ono Asaemon, della corte Tokugawa, e la madre Iso era figlia di un monaco del tempio di Kashima. A 9 anni cominciò la pratica del Jikishinkage ryu e pochi anni dopo lo Hono ha Itto ryu, mentre a 17 anni iniziò lo studio della lancia con il maestro Yamaoka Seizan, che scomparve prematuramente due anni dopo. Tetsutaro venne adottato nella famiglia del maestro, e sposò la sorella, assumendo il nome di Yamaoka Tesshu.

Yamaoka Tesshu e la sua storia

Autore: SaiKaiAngel

Yamaoka Tesshu

photo credits: musubi.it

Nonostante avesse una fisicità non trascurabile, visti i suoi 185 cm di altezza ed il suo peso di 110 kg, riusciva a farsi valere solo con la sua incredibile personalità e sensibilità. Tuttavia molte volte non fu in grado di frenarsi, arrivando addirittura al punto di negare l’esistenza di Buddha, degli essere senzienti e della realizzazione. Niente da dare e niente da ricevere.
A quel punto, il maestro Dokuon lo colpì con la sua pipa dicendo: “Se nulla esiste, da dove viene allora questa rabbia?”

Dal mondo della spada ricevette molti insegnamenti. In uno degli incontri con il maestro Sasakibara Kenkichi, rimase fermo per 40 minuti insieme all’avversario, l’uno di fronte all’altro nelle rispettive guardie fino a che entrambi riposero le armi. A 28 anni, Tesshu fu imprevedibilmente sconfitto dal quarantenne Asari Gimei, maestro della scuola Nakanishi ha Itto-ryu. Da quel momento non seppe più darsi pace all’idea della sconfitta contro un uomo più anziano, di cui era divenuto discepolo ma senza riuscire a comprenderne l'insegnamento. Asari, senza colpirlo, lo obbligò a retrocedere fin fuori dal dojo chiudendogli la porta in faccia.

Lo studio introspettivo di Tesshu durò 16 anni, senza riuscire a capire cosa non andasse nella sua tecnica, nel suo stile di vita, nonostante l’allenamento e gli insegnamenti zen. Il 30 marzo 1880 Tesshu durante una seduta di zazen si recò da Asari e chiedergli un nuovo combattimento. Asari declinò, giustificandosi con queste poche parole, “Ora sei arrivato”.

Da quel momento lasciò l’insegnamento e la sua scuola a Tesshu che riuscì a sviluppare un metodo chiamato Muto ryu (scuola senza spada) diverso dall'Itto ryu soprattutto nella didattica, tuttora praticato ma da un ristrettissimo nucleo di persone. Morì il 19 luglio 1888 a cinquantatré anni a causa di un cancro allo stomaco. Prima di morire, scrisse il suo Jisei no ku (poema di morte), chiuse gli occhi e, anche nella morte, non abbandonò il suo stile assumendo la postura formale di zazen, come si può vedere dal disegno del suo discepolo Tanaka Seiji.

Durante il funerale di Tesshu presso il tempio Zensho-an il monaco Tekisui compose questi versi:

Spada e pennello bilanciati tra Assoluto e Relativo
Il suo leale coraggio e la sua nobile forza perforarono il Paradiso.
Un sogno di cinquantatre anni,
Avvolto dalla pura fragranza del loto fiorente nel mezzo del fuoco ruggente.

Ancora, Katsu Kaishu, grande maestro di spada, scrisse le seguenti parole accanto ad un ritratto di Tesshu:

Valoroso e saggio, questo uomo virile compie grandi cose
La sua spada era incomparabimente sublime
La sua illuminazione abbracciava ogni cosa
Le generazioni future ne vedranno mai l’eguale?

Spiegazione del Muto Ryu

Yamaoka Tesshu

photo credits: wikipedia.org

L’obiettivo del Muto Ryu è quello di “nessun nemico”. Tutto dipende dalla mente. Se immaginiamo un avversario molto abile, la nostra spada rimane ferma, se invece immaginiamo un avversario debole, la mente si apre e la spada è libera. Questa è la prova che nulla esiste all’infuori della mente. Preso dall’agitazione, un guerriero muoverebbe la spada senza pensare e confusamente senza colpire l’avversario. Da questa idea nasce la scuola della non spada (Muto ryu). Fuori della mente non c’è spada, questo significa: non spada corrisponde a non mente; non mente significa una mente che è stabile ovunque. Se la mente si arresta, l’avversario appare; se la mente continua a muoversi non esiste nemico. Un continuo ed intenso allenamento porta allo stadio di nessun nemico.

Il metodo di Tesshu richiedeva allenamenti intensivi ed incessanti incentrati soprattutto sui principi di base. I primi 3 anni erano dedicati allo studio dei 5 kata di base del Muto ryu ed era vietato seguire in quel periodo insegnamenti di altre scuole. Erano previsti per gli allievi avanzati tre livelli di seigan, cui si veniva ammessi solamente dopo aver superato un periodo di prova consistente in 1000 giorni consecutivi di allenamento. Per superare il primo livello seigan si dovevano sostenere in un solo giorno 200 combattimenti di spada; il secondo livello prevedeva 3 giorni con 600 combattimenti ed il terzo, 7 giorni con 1400 combattimenti.

Il nome del dojo di Yamaoka Tesshu, Shumpukan, deriva da una poesia del monaco cinese Bukko Kokushi:

In cielo e in terra non ci sono punti da nascondere
La gioia appartiene a chi riconosce che le cose
Sono vuote e l’uomo anche non è nulla.
Splendide invero le lunghe spade mongole
Sferzante il vento di primavera come un lampo di luce

Lo shumpu, ossia il vento di primavera, diede il nome al dojo.

Gli scritti di Yamaoka Tesshu

Qui di seguito abbiamo alcuni scritti di Tesshu che descrivono meglio la sua forte personalità:

Ritorno alla Mente del principiante, Agosto 1882

Se le meraviglie dell’arte della spada ti eludono, ritorna alla mente del principiante. La mente del principiante non è un tipo qualunque di mentalità: colpire come unica intenzione senza pensare al movimento del corpo e muovere in avanti con forza è la prova di avere dimenticato se stesso. I tecnici sono intralciati da pensieri analitici. Quando l’ostacolo di un approccio discorsivo viene sormontato le meraviglie dell’arte della spada possono essere apprezzate. All’inizio, è necessario praticare con uomini di spada ben temprati per poter discernere le proprie inadeguatezze. Persegui il tuo studio fino alla fine, risveglia la tua irresistibile forza, pratica senza sosta finché il tuo cuore sia inamovibile, e allora capirai. Pratica finché alcun dubbio rimanga. Sicuramente arriverà il tempo di scoprire le meraviglie.

Da Itto shoden Muto Ryu Kanaji Mokuroku: Suigetsu (la luna nell'acqua), 10 aprile 1884

Anche quando l’acqua di una pozza è mossa nel mestolo la luna vi viene riflessa. Il riflesso della luna non si perde quando l’acqua passa da mestolo a mestolo. Quando si viene disturbati, allora non c’è ricognizione; la luna non appare nell’acqua agitata. Se la mente è calma e il mestolo fermo, il riflesso della luna vi è mantenuto.

Non concentrarti
Nel colpire il tuo avversario
Muoviti naturalmente
Come raggi di luna che penetrano
In una capanna senza tetto

Si può essere scontenti di una capanna senza tetto, ma la stessa luna che illumina i cieli la riempie naturalmente con la sua luce. Quindi, puoi attaccare l’avversario e vincere. Incurante di conservare il tuo piccolo io, carica verso l’avversario. Se sei confuso o nervoso sicuramente perderai.

Altre Frasi Famose

Come samurai, devo rafforzare il mio carattere; come essere umano devo perfezionare il mio spirito

La sete di vittoria porta alla sconfitta; non stancarsi della sconfitta porta alla vittoria.

Se volete ottenere i segreti di queste meravigliose tecniche, esercitatevi, diventate forti, sottoponetevi ad un severo allenamento, abbandonate il corpo e la mente; seguite questo corso per anni e raggiungerete naturalmente i livelli più profondi. Per sapere se l'acqua è calda o fredda dovete assaggiarla voi stessi.

Lo Zen è come il sapone. Prima ci si lava con esso, e poi si lava via il sapone.

Non pensate che questo sia tutto ciò che c'è. Esistono sempre più insegnamenti meravigliosi.
Il mondo è vasto, pieno di avvenimenti. Tenetelo a mente e non credete mai che "sono l'unico a saperlo".

La luna non pensa di essere riflessa, né l'acqua pensa di riflettere, nello Stagno di Hirosawa.

Purtroppo, molti suoi scritti sono apocrifi, ma questo non li rende meno profondi ed importanti per la vita di chiunque li abbia letti. Noi pensiamo che possano essere di aiuto anche ai giorni d’oggi in moltissime situazioni.

La vita Politica e Sociale

Yamaoka Tesshu

photo credits: wiki.samurai-archives.com

Yamaoka Tesshu ebbe anche un’attiva vita politica e sociale come negoziatore. Fu prima al servizio dello shogun, per cui al termine della guerra Boshin nel 1869 trattò la resa di fronte all’assedio delle forze imperiali comandate da Saigo Takamori.

Il suo successo fu il fatto che aveva il focus nello stabilire un contatto con le forze nemiche, con una condotta lineare quanto provocatoria: intimidì il nemico dell’imperatore di farlo passare senza paura.

Se pensiamo all'impetuoso carattere di Tesshu, mai disposto a cedere ai compromessi, è davvero strano vederlo come grande negoziatore. Nella sua breve quanto avventurosa vita fu anche guardia del corpo dell'imperatore, con la sua prontezza di riflessi e di decisioni.