Japan History: Italia e Giappone, 150 anni di amicizia
Italia e Giappone, 150 anni di amicizia

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Nel 2016 si sono celebrati i 150 anni di amicizia tra Italia e Giappone, un legame che affonda le sue radici nel 1866.
Era il 4 luglio quando nel porto di Yokohama approdò una nave militare italiana inviata da Re Vittorio Emanuele II per siglare un trattato di amicizia e commercio, dando così il via ad un rapporto bilaterale. Entrambi i Paesi in quel periodo stavano affrontando lo stesso problema: quello di dover accorciare il più rapidamente possibile la distanza economica che li separava dalle grandi potenze dell’epoca e quindi diventare loro stessi potenze rispettate e temute.

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Un’ alleanza nel bene e nel male
Dopo lo scoppio della Prima Guerra Mondiale e la sua fine, Italia e Giappone subirono la stessa sorte: erano entrambe vincitrici di questo conflitto, ma in un qualche modo si sentivano “tradite” dal Trattato di Versailles. L’Italia soffrì di una vittoria “mutilata” non avendo potuto ottenere i territori che si aspettava; mentre il Giappone ottenne sconfitte al livello diplomatico con il rifiuto delle potenze occidentali di accettare la sua proposta di una clausola di uguaglianza razziale. Inoltre i due paesi erano accomunati dalla grave situazione economica del dopo conflitto che li avrebbe guidati verso il regime totalitario della seconda guerra mondiale (il fascismo). Infatti nel 1937 anche l’Italia si schierò contro la politica comunista russa così come già il Giappone aveva fatto insieme alla Germania di Hitler, firmando il Patto anti-Komintern. L’anno successivo il partito nazionale fascista sbarcò in Giappone, e le opere di Mussolini vennero tutte tradotte in giapponese. In poco tempo venne firmato il Patto Tripartito Germania-Giappone-Italia siglando l’alleanza Roma-Berlino-Tokyo.
Mussolini si occupò di tenere viva questa amicizia, partecipando a numerose visite in territorio nipponico.
Tutti coloro che si rifiutavano di aderire al partito fascista in Giappone venivano internati nei campi adibiti a Nagoya.
A colpire duramente il Giappone furono poi le bombe atomiche sganciate su Nagasaki ed Hiroshima e sia l’Italia che il Giappone dovettero risollevarsi dal disastro che la guerra aveva causato. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale i Paesi attraversarono una radicale trasformazione.

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Un ponte per sempre
I ponti che si erano stabiliti tra i due paesi si moltiplicarono. Il primo collegamento televisivo intercontinentale attraverso le due emittenti NHK e RAI nel 1970 portarono a nuovi accordi culturali permettendo l’intreccio sempre più stretto di prodotti e stili di vita, dal cibo alle arti marziali e gli scambi linguistici sempre più intensi.
L’influenza reciproca tra le due nazioni si tradusse in opere architettoniche.
L’architetto Kenzo Tange, il quale conferì a Tokyo il suo attuale aspetto, progettò numerose opere in Italia (le torri del quartiere fieristico di Bologna ed il centro direzionale di Napoli), mentre Renzo Piano progettò l’aeroporto di Osaka e il ponte di Ushibuka.
Ancora oggi, Giappone e Italia continuano a camminare fianco a fianco grazie al profondo legame che, nel tempo, si è sempre più rafforzato.

Metropolitan Governement Building Shinjuku Park Tower
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Ushibuka bridge, Photo Credits: Wikipedia.org
Japan Travel: Hanami
Hanami
Dell’Hanami, ovvero dell'osservare i fiori.
Primavera è sinonimo di Hanami in Giappone. Formato dai Kanji: Hana 花 "fiore" e mi 見 "guardare", il termine hanami significa godere della bellezza dei fiori che sbocciano. In particolare, si riferisce al guardare i Sakura: fiori di ciliegio.
Per capire il profondo significato di questa tradizione magica, l'haiku di Yosa Buson è perfetto:
“Cadono i fiori di ciliegio
sugli specchi d’acqua della risaia:
stelle, al chiarore di una notte senza luna.”
In queste parole si legge il simbolismo estetico del rapporto tra la natura e l’essere umano in cui tutto diviene armonico. La primavera è, difatti, “rinascita” quindi un rinnovamento dell’anima e dello spirito. La caduta dei fiori indica invece la transitorietà delle cose poiché i fiori raggiungono il culmine nella fioritura per poi cadere e lasciarsi trasportare dai corsi d’acqua. La bellezza è quindi meravigliosa ed effimera. In giapponese possiamo riassumere tale concetto nella piccola frase 物の哀れ, “mono no aware”. Questo concetto estetico esprime una forte partecipazione emotiva nei confronti della bellezza della natura e della vita umana, con una conseguente sensazione nostalgica legata al suo incessante mutamento.

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Le Radici
Le colline di Yoshino sono il luogo di origine dei ciliegi giapponesi. La leggenda racconta che nel VII secolo d.C. il sacerdote En-no-Ozuno piantò i sakura e su di essi lanciò una maledizione che avrebbe colpito chiunque avesse osato abbatterli. C’è però chi afferma che l’hanami provenga dalla Cina, all’epoca della dinastia Tang, che influenzò il Giappone del periodo Nara. Inizialmente erano gli “ume” (alberi di prugne) a regalare lo spettacolo della fioritura. Durante il periodo Heian (794-1185) però, la corte giapponese si trasferì stabilmente a Kyoto e qui, l’imparagonabile bellezza degli alberi di ciliegio sovrastò quelli di prugne.
Murasaki Shikibu, dama di corte che compose il "Genji Monogatari”, il primo romanzo della storia, utilizzò per la prima volta il termine “hanami” in relazione ai fiori di ciliegio. Inizialmente, questo rito contemplava la partecipazione di un élite composta da nobili, dignitari di corte, samurai e poeti, che beveva sake ed esponeva haiku sulla bellezza dei fiori di ciliegio. Nel successivo periodo Edo, l’hanami si diffuse anche ai ceti più bassi tramutandosi in una festa nazionale. E questo fu possibile anche grazie allo shogun Tokugawa Yoshimune che diffuse gli alberi di ciliegio piantandoli in tutto il Giappone.

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Tra Bellezza e Caducità, l’Hanami oggi
L’hanami si svolge in un periodo di tempo che si protrae tra il mese di marzo e aprile quando avviene la fioritura dei sakura. Tradizionalmente, le persone si riuniscono stendendo i propri tappetini azzurri ai piedi degli alberi e, armati dei propri bento, godono dello spettacolo della natura degustando piatti tipici. Tra questi ci sono gli hanami-dango, polpette di riso in tre colori: rosa, bianco e verde, accompagnate dal tè verde e fiumi di sake. Altro piatto tipico è il dolce sakura mochi, fatto con pasta di fagioli e riso pressato avvolto in una foglia di ciliegio salata. E lo spettacolo continua fino a sera culminando nello Yozakura 夜桜 in cui la notte viene rischiarata dai chochin, tipiche lanterne colorate fatte di carta.

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A caccia dello spettacolo
Il Giappone è completamente invaso dalla fioritura simultanea degli alberi che si risvegliano dal torpore invernale, caratteristica che colpisce al cuore e alla vista. Ma vi sono luoghi in cui il fascino della natura è più prepotente. Tra i luoghi imperdibili c’è il parco Maruyama a Kyoto famoso per lo Shidarezakura, il ciliegio piangente, unico al mondo. A Tokyo troviamo il Parco di Ueno con i suoi antichi templi ed il laghetto Shinobazu-ike. Il Castello di Himeji, nella prefettura di Hyōgo, è circondato da un bosco di ciliegi che formano un labirinto. Il Castello di Hirosaki invece, nella prefettura di Aomori, è famoso per i suoi 2,600 ciliegi. E ancora, il monte Yoshino, nella prefettura di Nara, dove 100.000 ciliegi sorgono sul dorso della montagna.
Japan Folklore: Kanamara Matsuri
Kanamara Matsuri

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La festa del "Pene di ferro"
Il Kanamara Matsuri (かなまら祭り) viene spesso accolto dagli stranieri come l'ennesima bizzarria del Giappone. In realtà le origini di questo festival sono molto antiche e legate alla religione shintoista.
Tutto ebbe inizio nel periodo Edo, nel 1603, età in cui la cittadina di Kawasaki era meta di viaggiatori i quali si sollazzavano nelle case da tè e, privatamente, si intrattenevano con le prostitute. Le prostitute si recavano al tempio Kanayama per pregare di non contrarre o di liberarsi dalle malattie sessualmente trasmissibili.
Esiste anche una leggenda che ruota attorno al nome del Kanamara Matsuri, secondo la quale nella vagina di una giovane ragazza dimorava un demone dai denti aguzzi. Qualunque uomo avesse avuto rapporto intimi con lei sarebbe stato irrimediabilmente castrato. Ne fu vittima anche il suo sposo la prima notte di nozze e la ragazza, ormai disperata, chiese aiuto ad un fabbro. L’uomo le forgiò un fallo di ferro che spezzò i denti del demone e liberò la donna dalla maledizione. Per festeggiare venne eretto un piccolo tempio shintoista nel quale viene venerato ancora oggi il fallo di ferro.
La tradizione andò persa alla fine del 1800 ma, negli anni '70, il capo sacerdote Hirohiko Nakamura decise di riportare in vita la festa perduta.
Per secoli, il Kanayama è stato un luogo in cui le coppie rivolgono una preghiera per avere un bambino, fortuna negli affari, un dolce parto o anche solo armonia familiare.

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3 Mikoshi e nessuno preconcetto
Ogni anno, la prima domenica di aprile nella cittadina di Kawasaki, i sacerdoti del Kanayama Jinja organizzano il festival.
La parata si apre con una cerimonia shintoista nel santuario, dove viene distribuito del sake e del pesce fritto a tutti i visitatori come augurio di buona fortuna. Finalmente, il grande pene rosa collocato su un altare viene portato al tempio. A questo punto la parata ha effettivamente inizio guidata da tre mikoshi, ciascuno contenente un enorme fallo. Il primo svetta eretto ed è realizzato in metallo nero lucido. Il secondo è un vecchio modello in legno, antico e nodoso, ed entrambi sono trasportati dai portatori del santuario che cantano durante la processione. Il terzo invece è affidato a un gruppo joso: membri di un club di cross-dressing chiamato Elizabeth Kaikan. I suoi membri, con il loro trucco luminoso e parrucche colorate, si mostrano prepotentemente alle telecamere mentre muovono il mikoshi in aria.
Dopo la sfilata, tutti si riuniscono per godere dello street-food, dei concorsi a tema sessuale e dell’atmosfera allegra. Tra le sfide proposte c’è una gara di scultura, che ovviamente deve essere di forma fallica, o un rodeo su grossi peni rotanti. Il festival è frequentato sia da gente del posto che turisti i quali, per l'occasione, si liberano dai preconcetti e affrontano rilassati argomenti spesso oggetto di tabù. La stragrande maggioranza delle persone indossa tutto ciò che di stravagante si possa immaginare, come i nasi finti a forma di pene, mentre divorano cibi dalla stessa forma. Ci si imbatte anche in giovani donne in posa per le foto durante la loro cavalcata sulle altalene che, per l'occasione, sono peni di legno.
Il Festival rimane fedele alla sua storia di origine, onorando la consapevolezza sessuale e la prosperità della Comunità donando tutti i proventi alle organizzazioni dedicate alla ricerca sull'HIV.

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Miko: Le "Vergini del Tempio" tra Sciamanesimo e Modernità
Le abbiamo viste scagliare frecce spirituali in Inuyasha (Kikyō) o gestire templi cittadini in Sailor Moon (Rei Hino). Ma chi sono davvero le Miko (巫女)? Non sono semplici assistenti, né suore in senso occidentale: sono le custodi di una tradizione che affonda le radici nella preistoria giapponese.

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Le Origini: Regine e Sciamane
Anticamente, il ruolo della Miko era intriso di potere e mistero. La parola stessa originariamente si scriveva come "Bambino di Dio" (神子).
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Himiko: La leggendaria regina sciamana del regno di Yamatai (II-III secolo d.C.) è l'esempio più antico di questa figura: una donna capace di governare attraverso il dialogo con gli spiriti.
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Il Dono della Trance: Nei secoli arcaici, le Miko erano vere sciamane. Attraverso la danza e la preghiera, entravano in uno stato di trance per comunicare il volere dei Kami (divinità) agli uomini, influenzando la politica e i raccolti dei villaggi.

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La Danza Kagura: Intrattenere gli Dei
Il cuore del servizio di una Miko è il Kagura ("Musica degli Dei"). Questa danza sacra nasce dal mito della dea Ama-no-Uzume, che danzò con tale fervore da convincere la dea del sole, Amaterasu, a uscire dalla grotta in cui si era rifugiata, riportando la luce nel mondo. Ancora oggi, le Miko danzano muovendo ventagli o campanelli per purificare l'aria e allietare gli spiriti.

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I
Il Difficile Cammino del Passato
Diventare Miko un tempo era un percorso di ascesi estrema:
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Purificazione: Lavaggi in acque gelide e lunghi periodi di astinenza.
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Matrimonio Mistico: Al termine dell'addestramento, una cerimonia simboleggiava l'unione tra la ragazza e il Kamiche avrebbe servito. Da quel momento, la castità era un requisito fondamentale per mantenere la purezza necessaria al contatto divino.
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La Crisi: Nel periodo Kamakura, molte Miko persero il sostegno statale, finendo purtroppo a mendicare. Solo in epoca moderna, con l'editto Miko Kindanrei (1873), le loro pratiche sciamaniche vennero proibite, trasformando il loro ruolo in quello cerimoniale che conosciamo oggi.

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Le Miko Oggi: Tra Tradizione e Part-time
Oggi, camminando in un santuario Shintoista, vedrete le Miko indossare il loro inconfondibile abito:
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Hakama rosso: I tipici pantaloni larghi.
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Haori bianco: Simbolo di purezza.
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Accessori: Nastri rossi tra i capelli e lo Azusa-yumi (l'arco di legno per scacciare gli spiriti).
Molte Miko moderne sono studentesse universitarie che lavorano al tempio durante le festività. Non entrano più in trance, ma mantengono vivo il santuario: vendono gli Omikuji (i biglietti della fortuna), aiutano i sacerdoti nei riti nuziali e si occupano della pulizia dei luoghi sacri.

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Japan Folklore: Hōnen Matsuri
Hōnen Matsuri

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Il 15 marzo di ogni anno si celebra lo Honen Matsuri in tutto il Giappone. Il più famoso ha luogo presso il Tagata Jinja nella piccola città di Komaki, fuori Nagoya, con foto e filmati disponibili su Internet. Ma in altre parti del Giappone, come l’Honen Matsuri di Okinawa, questo festival è ancora considerato un rito sacro e segreto e nessuna foto o registrazione sono permessi. Anche parlare o scrivere di ciò che si è visto è tecnicamente proibito.
Hōnen Matsuri (豊年祭), letteralmente “Festival del raccolto”, ha una storia di quasi 1500 anni: il suo scopo è garantire la fertilità delle piantagioni per l'anno successivo. Un rituale ricco di benedizioni per il raccolto, ma anche per ogni tipo di prosperità e fertilità in generale. Agli occhi degli occidentali, questa celebrazione potrebbe assumere dei connotati osceni poiché il suo simbolo è un fallo di legno di cipresso di 280 kg, per una lunghezza di 2,5 metri. Ma non è assolutamente così.
I riti fallici hanno infatti origine nella preistoria. Si pensa che questi riti local indigeni, e le corrispondenti pratiche e credenze della fertilità vaginale, furono facilmente adattati al nuovo sistema di credenze taoiste che stavano prendendo piede in Giappone. Sistema di credenze che avrebbe poi formato la Via dello Yin e dello Yang, la tradizionale cosmologia esoterica. I culti della fertilità locale coesistettero e sembrano essere stati incoraggiati, istituzionalizzati e presieduti dalle élite reali di Nara. Élite che si stabilirono come signori feudali su estese aree locali.
La celebrazione della fertilità
Un elemento importante delle feste shintoiste giapponesi sono le processioni, in cui il kami (divinità shintoista) del santuario locale viene trasportato attraverso la città in un mikoshi 神輿 o 御輿 (palanchini, piccolo santuario trasportabile). È l'unico periodo dell'anno in cui il kami lascia il santuario per essere portato in giro per la città. Si dice che questo rito del trasporto della divinità si basi sulla leggenda del kami che qui dimora, Takeinazumi-no-mikoto. Egli aveva un pene enorme e prese in moglie una donna locale, Aratahime-no-mikoto.
Alle 9:00 del mattino i preparativi sono in corso: gli stand gastronomici fanno capolino con le loro banane al cioccolato scolpite a forma di pene decorate alla base con marshmallow. Spuntano bancarelle di souvenir, statuette e altri oggetti che vengono offerte per augurare una grande fertilità ai propri cari. Queste statue permettono alle coppie di pregare per un bambino, i non sposati pregano per un marito o una moglie, mentre gli agricoltori sperano in abbondanti raccolti. Il tutto è allietato da l’immancabile distribuzione di sake all-you can-drink contenuto in grandi botti di legno.

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La cerimonia inizia verso le 10:00. I sacerdoti cospargono di sale la strada per purificare la via che verrà intrapresa dai portatori. Recitano anche preghiere e impartiscono benedizioni ai partecipanti e ai mikoshi, così come al grande fallo di legno che deve essere trasportato lungo il percorso della parata. Il punto di partenza è il santuario chiamato Shinmei Sha (negli anni pari), situato su una grande collina, o il santuario di Kumano-sha (negli anni dispari), per arrivare poi al santuario di Tagata Jinja. Giunti qui, c’è il tradizionale rito del mochi nage: i partecipanti si battono per afferrare una delle piccole torte di riso lanciate dai funzionari dalle piattaforme rialzate. Questi dolcetti porteranno fortuna nell’anno avvenire.
Fushimi Inari: Il Sentiero dei Mille Torii

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Un sentiero composto da tantissimi torii di colore vermiglio, uno dietro l’altro: questo è il simbolo più riconoscibile del santuario shintoista Fushimi Inari Taisha (伏見稲荷大社). Il complesso sorge a Fushimi-ku, a sud di Kyoto, ed è il più importante di parecchie migliaia di santuari dedicati al kami Inari. Inari è il dio shintoista protettore della prosperità e ricchezza dei raccolti, in particolare del riso.
Raggiungere questo luogo sacro è molto semplice poichè è situato di fronte alla stazione JR Inari. In alternativa si può camminare per un breve tratto dalla stazione Fushimi Inari servita dalla Keihan Main Line.
Le sue origini sono molto antiche e la sua fondazione risale ad ancor prima del 794, data in cui Kyoto diventò capitale. Inizialmente costruito sulla collina Inariyama, a sud ovest di Kyoto, fu spostato nell’816 su richiesta del monaco Kourai. L’attuale struttura principale del tempio fu edificata invece nel 1499.

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All'ingresso del santuario si trova la Porta Romon donata nel 1589 dal famoso leader Toyotomi Hideyoshi (egli fu un famoso samurai e daimyō del periodo Sengoku, fondatore del Clan Toyotomi. Succedendo al suo signore Oda Nobunaga anche nell'opera di riunificazione del Giappone, è considerato il secondo dei tre "grandi riunificatori”.)
Al di là della Porta Romon si erge la sala principale del santuario (honden) dove i visitatori dovrebbero fare una piccola offerta in segno di rispetto verso le divinità che vi risiedono.
Nella parte posteriore del terreno principale del santuario si trova l'ingresso al sentiero escursionistico coperto di torii ( 鳥居 tradizionale portale d'accesso giapponese che conduce ad un jinja, un tempio shintoista). Il sentiero inizia con due fitte file di porte parallele chiamate Senbon Torii ("migliaia di porte torii”). Essi si trovano a cavallo di una rete di sentieri che conducono nella rigogliosa foresta del sacro monte Inari (Inari-yama), a 233 metri di altezza. Ogni porta è stata donata dai fedeli o da qualche azienda e reca su di essa una scritta con il nome del donatore e la data della donazione stessa.

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La Volpe
Ai lati del sentiero ci sono le statue di una volpe seduta (Kitsune 狐), poste a nord-est, le quali svolgono il ruolo di guardiane aventi il compito di impedire l'ingresso dell'energia demoniaca nel mondo terreno. Le volpi sono inoltre considerate le messaggere di Inari. Quest'ultimo, secondo la tradizione, nei periodi invernali risiedeva in montagna per poi scendere a valle in primavera durante la stagione agricola. Finito il periodo del raccolto, Inari sarebbe tornato ancora una volta nella sua residenza invernale. Ogni stagione le volpi si avvicinavano alle abitazioni degli umani allo stesso modo, venendo col tempo riconosciute come naturali messaggere del dio.

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Esse sono un soggetto ricorrente e un elemento di particolare importanza per i giapponesi. Rappresentano infatti creature sacre e misteriose dotate di una grande intelligenza e strani poteri soprannaturali che sviluppano con l’età. La loro abilità principale è quella di cambiare aspetto ed assumere sembianze umane (infatti esse appaiono spesso con l'aspetto di una bella donna). Un altro potere a loro attribuito è quello del Kitsunetsuki (狐憑き o 狐付き) ovvero il potere di possedere gli essere umani. Si credeva infatti che una volpe fosse in grado di entrare nel corpo delle sue vittime, generalmente giovani donne, attraverso un'unghia o il petto, nutrendosi così della loro forza vitale vivendo all'interno del loro corpo.
Le kitsune di Inari sono bianche, colore considerato di buon auspicio. Esse possiedono il potere di allontanare il male, e talvolta agiscono da spiriti guardiani. Infatti, oltre a proteggere i santuari di Inari, esse proteggono le persone del posto fungendo da spauracchio contro le malvagie nogitsune, gli spiriti-volpi che non sono al servizio di Inari. Le volpi nere e le volpi a nove code sono altresì considerate come portafortuna.
Lungo il sentiero alcune di esse tengono tra le loro fauci una chiave che rappresenta la chiave del granaio.

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Percorrendo l’Inari-yama
Raggiungere la cima della montagna richiede circa 2 o 3 ore, e lungo la strada ci sono molti santuari più piccoli con pile di porte torii in miniatura che sono stati donati dai visitatori con budget inferiori. Ci si imbatte facilmente anche in alcuni ristoranti che offrono piatti a tema locale come l’ Inari Sushi e i Kitsune Udon ("Fox Udon"), entrambi con pezzi di aburaage (tofu fritto), che si dice sia il cibo preferito delle volpi.

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Dopo la prima mezz’ora di cammino, le porte torii iniziano a diminuire gradualmente fino a giungere all’incrocio di Yotsutsuji, a circa metà della montagna. Da qui si può apprezzare una splendida vista su Kyoto.
A questo punto il sentiero si divide in un percorso circolare fino alla cima.
Tennin: Le Creature Celestiali del Buddhismo
Il Buddhismo in Giappone non è solo una dottrina di silenzio e meditazione, ma un universo popolato da figure splendide e mistiche. Tra queste, i Tennin (天人) rappresentano l'estetica pura del paradiso buddhista: esseri spirituali nati dalla fusione tra le antiche tradizioni vediche dell'India (le Apsaras) e l'arte della Cina continentale.

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Chi sono i Tennin?
Il nome significa letteralmente "Persona del Cielo". Non sono divinità da adorare nel senso stretto, ma esseri che risiedono nelle sfere celesti per proteggere la legge buddhista e allietare le divinità superiori.
Sotto la categoria generale dei Tennin troviamo diverse figure specializzate:
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Hiten (飛天): Gli esseri volanti, spesso raffigurati in pose acrobatiche e aggraziate.
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Tennyo (天女): Le ninfe o fanciulle celestiali, icone di bellezza e purezza.
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Karyōbinga (迦陵頻伽): Creature mistiche con il busto di Bodhisattva e il corpo di uccello, note per il loro canto melodioso che risuona nel paradiso.
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Tennotsukai (天の使い): I messaggeri celesti che fanno da ponte tra i mondi.

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L'Estetica del Volo: Veli e Nuvole
Nell'arte giapponese, i Tennin sono immediatamente riconoscibili. A differenza degli angeli occidentali, non hanno ali piumate. Il loro volo è reso attraverso il Tenne (天衣): vesti leggere e sciarpe di garza che fluttuano nell'aria, dando l'idea di un movimento fluido e senza peso.
Spesso li troviamo:
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Sulle nuvole: Seduti o in piedi, mentre osservano il mondo sottostante.
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Musicisti celesti: Intenti a suonare flauti, liuti o tamburi per lodare il Buddha.
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Spargitori di fiori: Mentre lanciano petali di loto per celebrare momenti di illuminazione.
Culto e Devozione
Sebbene non siano i protagonisti delle preghiere principali, i giapponesi riservano loro una venerazione affettuosa. Non è raro trovare piccoli omaggi di fiori, acqua o riso ai piedi delle loro rappresentazioni nei templi. Sono considerati parte del gruppo Tenbu (i Deva), divinità che includono anche creature fantastiche come il drago o l'uomo-uccello Karura.
Rappresentano il lato gioioso e artistico della spiritualità: ci ricordano che il paradiso non è solo un luogo di pace, ma anche di musica, danza e bellezza infinita.
Japan Travel: Aokigahara
Aokigahara

Photo credits: Ko Sasaki for The New York Times
Jukai, il mare di alberi in cui affogare la propria anima
Ai piedi del Monte Fuji, nata dall’eruzione del vulcano Nagaoyama nell'864 d.C., sorge Aokigahara (青木ヶ原) più conosciuta con il nome di Jukai (樹海, mare d'alberi). È una fitta foresta di 35 km² costituita da caverne e una intricata vegetazione di cipressi, querce e arbusti tra cui il fiore della neve giapponese. La sua particolare conformazione non permette il passaggio del vento e dei raggi solari donandole un aspetto spettrale e silenzioso. In inverno la fitta nebbia che la circonda ne vieta l’accesso ai visitatori incapaci persino di trovarne l’entrata.
Quella di Aokigahara è una triste storia poichè lasciare i sentieri ufficiali significa perdersi nella sua immensa struttura labirintica. Coloro che solitamente abbandonano il percorso stabilito hanno una sola intenzione: il suicidio. Non è difficile quindi imbattersi in cartelli sia in lingua giapponese che in inglese che cercano di dissuadere le persone dalle macabre intenzioni.
“La tua vita è un dono prezioso ricevuto dai tuoi genitori”
“Per favore, rivolgiti alla polizia o un medico prima di commettere suicidio“
“Non restare da solo con i tuoi problemi, parlane!”

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La Foresta Dei Suicidi
Dal 1950 ad oggi, le statistiche di Jukai danno i brividi: dai 30 ai 105 suicidi l'anno. Nel 1970 il governo giapponese decise di costituire una speciale ronda annuale, composta da ufficiali di polizia, volontari e giornalisti. Questa ronda è addetta alla ricerca e alla rimozione dei cadaveri, ma ciò non esclude la terribile possibilità di imbattersi in scheletri e corpi putrefatti camminando per la foresta. Spesso è possibile trovare anche degli Ema: delle tavolette sulle quali sono scritte maledizioni contro coloro che spinsero le persone a togliersi la vita.
Allontanarsi dal sentiero ufficiale vuol dire anche incontrare nastri colorati tesi tra gli alberi, e questo perchè non tutte le persone che si inoltrano nella foresta hanno deciso di morire. Alcuni vogliono semplicemente riflettere e questi fili sono necessari per ritrovare la strada nel caso si decidesse di vivere. Seguire quei percorsi porta quasi sempre a qualcosa però: qualche oggetto, una tenda abbandonata e, nel peggiore dei casi, al corpo senza vita di chi ha fatto la scelta sbagliata.
C'è un'altra particolarità che rende Aokigahara inquietante e misteriosa: gli smartphone e tutti i dispositivi elettronici smettono di funzionare all'interno della boscaglia e le bussole impazziscono. Ritrovare il nord è impossibile. Tutto questo è causato dall'alto tasso di magnetite, il minerale con le più forti proprietà magnetiche.

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Gli spiriti di Jukai
Nei tempi antichi si raccontava che in essa vi risiedessero i Kodama (木魂), gli spiriti degli alberi che imitano le voci dei defunti. Poiché essi possiedono poteri sovrannaturali, abbattere un albero ritenuto dimora di un kodama è considerato fonte di sventura. I giapponesi usano quindi marcare i tronchi di quegli alberi con una corda sacra detta Shimenawa. Al contrario, vedere un kodama è reputato un buon auspicio perché significa che il luogo è vitale e pieno di energia positiva.
Ma i Kodama non sono i soli esseri che si dice popolino questo luogo. La foresta sembra infatti essere infestata da veri e propri fantasmi, gli Yurei. Il termine si compone del kanji yū (幽 "flebile", "evanescente", ma anche "oscuro") e rei (霊 "anima" o "spirito"). Gli Yurei incarnano le anime dei defunti morti di morte violenta, perchè suicidi o perchè assassinati. Incapaci di lasciare il mondo dei vivi e raggiungere in pace l'aldilà hanno bisogno di portare con sé altre vite.

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Romanzi e Film nella cultura di massa
Nel 1960 venne pubblicato Nami no tō (波の塔) “Tower of Waves” di Seichō Matsumoto, che parla di due amanti che si tolgono la vita nella foresta. Jukai viene descritta da Matsumoto come “la più bella foresta abbandonata e selvaggia che esiste.. Un posto perfetto per morire in segreto”.
Negli anni più recenti Hollywood ha dato vita a una serie di pellicole. Nel 2013 esce "Grave Halloween" in cui una giovane donna si reca a Aokigahara con degli amici per ritrovare il corpo della madre, una biologa scomparsa nella foresta. Nel 2015 viene alla luce "La foresta dei sogni", diretto da Gus Van Sant, la cui trama vede un uomo statunitense che si reca a Aokigahara per togliersi la vita e lì incontra un uomo giapponese con le stesse intenzioni. Mentre nel 2016 invade le sale cinematografiche l'horror-thriller "Jukai - La foresta dei suicidi" in cui una ragazza viaggia fino a Aokigahara per ritrovare la sorella gemella di cui non ha più notizie.















