Japan Tradition: Hinamatsuri

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La Festa delle Bambole
Il terzo giorno del terzo mese di ogni anno in Giappone cade una ricorrenza particolare: l’ Hina-matsuri (雛祭り) in cui la sfortuna delle bambine viene trasferita alle bambole e i familiari rivolgono preghiere agli dei affinché venga data salute e bellezza alle proprie figlie. Questa festa affonda le sue radici nel periodo Heian (1650). Le bambole sono sempre state oggetto di credenze particolari in quanto capaci di contenere spiriti malvagi. Durante il cerimoniale dell’ Hina-Nagashi (雛流し, La bambola fluttuante) alcune bambole di paglia venivano posate lungo il corso di un fiume affinché portassero via con se gli spiriti maligni, ancora oggi in qualche zona del Giappone si celebra questo rituale.

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Le Bambole dell’ Hina-dan (雛壇)
L’hina-dan è una piattaforma di 7 gradini coperta da un telo rosso con una striscia arcobaleno sul fondo che prende il nome di hi-mōsen. Sull’hina-dan vengono posizionate le hina ningyo, le bambole tramandate di generazione in generazione e dalla fattura particolare.
Sul primo gradino vengono disposte le bambole che rappresentano la corte imperiale del periodo Heian, l’imperatore e l’imperatrice, con alle loro spalle un piccolo paravento dorato e due lanterna di carta o seta sui lati.
Sul secondo gradino sono poste tre dame di corte che sorreggono il corredo per il sake e sono separate da due piccoli tavolini rotondi (takatsuki) su cui viene posto un dolce di stagione.
Sul terzo gradino si trovano cinque musicisti maschi la cui disposizione segue l’ordine da destra verso sinistra e dipende dal tipo di strumento: musicista seduto con piccolo tamburo, musicista in piedi con un tamburo grande , musicista in piedi con percussioni, un suonatore seduto con il flauto e, infine , un cantante seduto con un ventaglio tra le mani.
Sul quarto gradino è il turno di due ministri: il più giovane è posto sulla destra, il più anziano sulla sinistra entrambi dotati di arco e frecce e separati dai takatsuki.
Sul quinto gradino sono disposti tre samurai protettori dell'imperatore e dell’imperatrice, i quali reggono un rastrello, una paletta e una scopa e le cui espressioni rappresentano pianto, riso e rabbia.
Sul sesto gradino ci sono gli oggetti che la corte usa all'interno del palazzo.
Sul settimo gradino sono infine posizionali gli oggetti che la corte usa quando è lontana dal palazzo.

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Tra kimoni, hishi-mochi e amazake
Durante il festival le ragazze indossano il kimono più bello o si vestono come le bambole. Le feste a tema sono molteplici, ma in ognuna di esse è possibile bere il shirozake, un particolare sake dolce e analcolico a base di amazake (甘酒, un dolcificante ottenuto dalla fermentazione del riso), assaporare gli arare (あられ, dei cracker composti da riso glutinoso e aromatizzati con salsa di soia) e il dolce tipico dell’Hina-matsuri: l’hishi-mochi (菱餅ひしもち). Esso è un composto di riso glutinoso a forma di cubo. È costituito da tre strati colorati ognuno dei quali ha un significato particolare: il verde rappresenta l’erba e simboleggia la salute; il bianco la neve, simbolo di purificazione; ed infine il rosa che rappresenta i fiori di pesco e caccia la malignità. Insieme questi tre colori indicano l'avvento della primavera, quando la neve si scioglie l'erba cresce e iniziano a germogliare i fiori di pesco.
Japan Folklore: Versailles no bara, il manga best-seller

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Nel 1972, Riyoko Ikeda creò quello che è divenuto il manga e, successivamente l’anime, più famoso di tutti i tempi: “Versailles no Bara” (ベルサイユのばら, Le rose di Versailles, conosciuto in Italia come Lady Oscar). La talentuosa mangaka, il cui stile minuzioso ed elegante è arrivato a distinguersi fino ad essere considerata la Maestra degli Shōjo, dovette affrontare il proprio editore prima di vedere la sua idea pubblicata. L’Editore era infatti convinto che un manga biografico con protagonista Maria Antonietta potesse annoiare i lettori. Riyoko Ikeda si impegnò a dimostrare il contrario e nel maggio del 1972 la prima puntata di “Versailles no Bara” apparve sul numero 21 di Shukan Margaret edito da Shūeisha, con cadenza settimanale per un totale di 82 episodi conclusosi nel 1973.
Tra il 1972 ed il 1974 furono vendute 15 milioni di copie, eleggendo così Riyoko Ikeda come la regina dei manga storici.
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La storia delle rose di Versailles e del vento che le travolse
Negli ultimi anni dell'Ancien Régime la giovane Maria Antonietta d'Austria venne promessa in sposa al delfino di Francia Luigi Augusto, nipote di Luigi XV ma suo cugino il duca d'Orleans tramava per ucciderlo ed usurpare il trono. A capo della Guardia Reale c’era Oscar François de Jarjayes, una giovane donna nobile allevata dal padre, il Generale De Jarjayes, come se fosse un maschio in quanto egli desiderava un erede uomo. Al fianco di Oscar c’era un giovane attendente, André Grandier, nipote della governante della famiglia Jarjayes, a cui il Generale aveva affidato il compito di servire e proteggere la figlia. Ricoprendo il suo ruolo, Oscar sventò molti complotti che miravano ad uccidere i due principi, portandola quindi ad essere stimata e considerata un’amica da Maria Antonietta. La capricciosa futura regina, scortata da Oscar ad un ballo di Corte, incontrò il conte svedese Hans Axel von Fersen, del quale entrambe le donne si innamorano.
Alla morte del Re, Maria Antonietta e Luigi XVI divennero sovrani di Francia e, poiché le maldicenze su una presunta relazione tra Fersen e la Regina non tardarono a diffondersi, il conte abbandonò il paese per evitare lo scandalo e si arruolò a sostegno dei rivoluzionari d'America. Maria Antonietta, sempre più infelice e sola, si lasciò così influenzare dalla contessa di Polignac, una donna ambiziosa che diventò la sua favorita e spinse la regina a scialacquare denaro in frivolezze. Dopo alcuni anni il conte di Fersen fece ritorno in Francia e inevitabilmente si riavvicinò a Maria Antonietta che, non riuscendo a controllare i propri sentimenti, fu sul punto di fa scoppiare uno scandalo. Nuovamente il conte lasciò il paese e la regina, a seguito della nascita degli eredi al trono, decise di allontanarsi dalla vita di corte e ritirarsi con i suoi bambini nel Petit Trianon, suscitando l'astio dell'alta nobiltà. Nel frattempo scoppiò il celebre “Affare della Collana” che che gettò le prime ombre sulla reputazione pubblica della regina. Poco dopo, Fersen tornò dall’America e durante un ballo a Corte, Oscar si presentò in incognito vestita per la prima ed unica volta da donna ma, danzando con Fersen, capì che non avrebbe mai potuto sostituire la regina nel cuore del conte svedese e decise che probabilmente era meglio vivere per sempre come un uomo. A seguito del caso del Cavaliere Nero e l’ulteriore tentativo di gettare discredito sulla famiglia reale agli occhi della nobiltà, Oscar abbandonò il comando della Guardia Reale ottenendo dalla regina l’incarico di comandante del reggimento delle Guardie Francesi di Parigi Con lei rimase ancora Andrè che, nonostante fu rifiutato da Oscar dopo averle dichiarato il suo amore, volle restare comunque al suo fianco.
Il Generale Jarjayes si rese conto di aver fatto un errore a destinare la figlia alla carriera militare e iniziò a desiderare che ella si sposasse, così il secondo di Oscar nella Guardia Reale, Girondel, le fece la proposta di matrimonio, ma Oscar non accettò, preferendo i suoi nuovi soldati e i tentativi per guadagnarsi il loro rispetto. La rivoluzione francese era alle porte. Oscar, dopo aver fatto chiarezza nel suo cuore e aver capito di amare Andrè, si schierò con lui dalla parte del popolo e morirono insieme durante i tumulti della presa della Bastiglia il 14 luglio 1789. Gli anni della rivoluzione travolsero Maria Antonietta, fino alla sua esecuzione sulla ghigliottina il 16 ottobre 1793.

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Una sola serie non basta!
Dodici anni dopo la serie madre, Riyoko Ikeda decise di pubblicare una miniserie di 4 episodi intitolati Versailles no bara gaiden (ベルサイユのばら外伝, Le rose di Versailles - storie gotiche) i cui protagonisti sono Oscar, Andrè e la piccola Loulou de La Lorencie, nipotina di Oscar. Gli episodi narrati si collocano tra i volumi 7 e 8 del manga originario. Nel 1987 apparve anche Eikō no Napoleon-Eroika (栄光のナポレオン-エロイカ, Il glorioso Napoleone - Eroika), il seguito ufficiale, il cui titolo "Eroika" fa riferimento alla terza sinfonia di Ludwig van Beethoven, dedicata a Napoleone. In questi 12 volumi si narrano le vicende di Napoleone subito dopo la Rivoluzione Francese: il suo impero, la campagna italiana, la campagna d'Egitto, la battaglia del Nilo, il colpo di Stato del 18 brumaio e l'invasione francese della Russia. Nel corso della narrazione alcune dei personaggi già conosciuti riaffioreranno, ma solamente attraverso dei flashback.
Nel 2006, Riyoko Ikeda ha deciso di prendere nuovamente in mano la matita per realizzare “Berubara Kids”: una divertente rivisitazione in strisce colorate in cui i personaggi di Versailles no Bara riappaiono in versione "chibi" nelle scene chiave. La piccola parodia è stata pubblicata settimanalmente su "Be", supplemento del quotidiano "Asahi Shimbun”.

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Le Rose muoiono in bellezza
Il fascino di Versailles no Bara spinse molti musicisti a reinterpretare la celebre “Bara wa utsukushiku chiru“ sigla originale dell’Anime, ma Riyoko Ikeda riconobbe con licenza la versione dei LAREINE. Il primo CD uscì il 1° ottobre 1998 e in numero limitato di copie: solamente 500 con numero di serie di cui i primi 4 erano quelli di proprietà dei componenti del gruppo. Fortunatamente nel 1998 venne riedito e Bara wa utsukushiku chiru divenne ufficialmente il quarto singolo della band. Il 9 febbraio del 2000 uscì l’edizione CD di maggior pregio contenente esclusivamente due tracce audio nelle quali Riyoko Ikeda stessa partecipò in qualità di cantante soprano e ne curò la veste grafica, disegnando anche i costumi del gruppo per il video musicale.
Setsubun: Scacciare i Demoni per Accogliere la Primavera

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In Giappone, la primavera non è solo una stagione, ma un risveglio dell'anima. Il Setsubun (節分), che cade il 3 febbraio, è il confine magico che separa il "Grande Freddo" dall'inizio della nuova energia. È il giorno in cui il Giappone si arma di fagioli e sorrisi per purificare le case e i cuori.

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Mamemaki: La Battaglia dei Fagioli
Il rito centrale è il Mamemaki (lancio dei fagioli). Al grido liberatorio di "Oni wa soto! Fuku wa uchi!" (Fuori i demoni! Dentro la fortuna!), si scagliano chicchi di soia tostata per scacciare le negatività.
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Il Toshi Otoko: Tradizionalmente è "l'uomo dell'anno" (chi è nato sotto lo segno zodiacale cinese corrente) a guidare il rito.
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Il rito dell'età: Per assicurarsi salute e fortuna, ogni membro della famiglia mangia un numero di fagioli pari ai propri anni, più uno per l'anno che verrà.
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Hiiragi Iwashi: Per i demoni più ostinati, si appendono fuori dalla porta rami di agrifoglio con teste di sardine essiccate: un amuleto dall'odore pungente che terrebbe lontano anche l'orco più coraggioso.
La Leggenda della Vedova e dell'Oni
Questa usanza affonda le radici in una pantomima del periodo Muromachi, ancora oggi messa in scena al tempio Mibu-dera di Kyoto. La storia narra di un orco trasformato in uomo che tenta di ingannare una vedova col suo martello magico. La donna, più scaltra di lui, lo fa ubriacare e, quando l'Oni rivela la sua vera natura, lo mette in fuga scagliandogli contro una manciata di fagioli.

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Ehōmaki: Il Sushi della Fortuna
Una tradizione più moderna, ma amatissima, è il consumo dell'Ehōmaki. Non è un semplice rotolo di sushi:
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I 7 ingredienti: Rappresentano le Sette Divinità della Fortuna (Shichifukujin).
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Il rito del silenzio: Va mangiato intero (senza tagliarlo, per non "tagliare" la fortuna), in totale silenzio e rivolti verso la direzione fortunata dell'anno (che cambia ogni volta in base ai cicli zodiacali).

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Celebrazioni nei Templi: Tra Tradizione e Glamour
Nei grandi templi, il Setsubun diventa un evento sociale incredibile. Dai palchi, monaci e celebrità (atleti, attori di Kabuki e persino lottatori di Sumo) lanciano bustine di fagioli e dolci alla folla festante. È un momento di purificazione collettiva dove le frecce degli arcieri colpiscono bersagli-demone, simboleggiando la vittoria della luce sull'oscurità.
Japan History: Italia e Giappone, 150 anni di amicizia
Italia e Giappone, 150 anni di amicizia

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Nel 2016 si sono celebrati i 150 anni di amicizia tra Italia e Giappone, un legame che affonda le sue radici nel 1866.
Era il 4 luglio quando nel porto di Yokohama approdò una nave militare italiana inviata da Re Vittorio Emanuele II per siglare un trattato di amicizia e commercio, dando così il via ad un rapporto bilaterale. Entrambi i Paesi in quel periodo stavano affrontando lo stesso problema: quello di dover accorciare il più rapidamente possibile la distanza economica che li separava dalle grandi potenze dell’epoca e quindi diventare loro stessi potenze rispettate e temute.

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Un’ alleanza nel bene e nel male
Dopo lo scoppio della Prima Guerra Mondiale e la sua fine, Italia e Giappone subirono la stessa sorte: erano entrambe vincitrici di questo conflitto, ma in un qualche modo si sentivano “tradite” dal Trattato di Versailles. L’Italia soffrì di una vittoria “mutilata” non avendo potuto ottenere i territori che si aspettava; mentre il Giappone ottenne sconfitte al livello diplomatico con il rifiuto delle potenze occidentali di accettare la sua proposta di una clausola di uguaglianza razziale. Inoltre i due paesi erano accomunati dalla grave situazione economica del dopo conflitto che li avrebbe guidati verso il regime totalitario della seconda guerra mondiale (il fascismo). Infatti nel 1937 anche l’Italia si schierò contro la politica comunista russa così come già il Giappone aveva fatto insieme alla Germania di Hitler, firmando il Patto anti-Komintern. L’anno successivo il partito nazionale fascista sbarcò in Giappone, e le opere di Mussolini vennero tutte tradotte in giapponese. In poco tempo venne firmato il Patto Tripartito Germania-Giappone-Italia siglando l’alleanza Roma-Berlino-Tokyo.
Mussolini si occupò di tenere viva questa amicizia, partecipando a numerose visite in territorio nipponico.
Tutti coloro che si rifiutavano di aderire al partito fascista in Giappone venivano internati nei campi adibiti a Nagoya.
A colpire duramente il Giappone furono poi le bombe atomiche sganciate su Nagasaki ed Hiroshima e sia l’Italia che il Giappone dovettero risollevarsi dal disastro che la guerra aveva causato. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale i Paesi attraversarono una radicale trasformazione.

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Un ponte per sempre
I ponti che si erano stabiliti tra i due paesi si moltiplicarono. Il primo collegamento televisivo intercontinentale attraverso le due emittenti NHK e RAI nel 1970 portarono a nuovi accordi culturali permettendo l’intreccio sempre più stretto di prodotti e stili di vita, dal cibo alle arti marziali e gli scambi linguistici sempre più intensi.
L’influenza reciproca tra le due nazioni si tradusse in opere architettoniche.
L’architetto Kenzo Tange, il quale conferì a Tokyo il suo attuale aspetto, progettò numerose opere in Italia (le torri del quartiere fieristico di Bologna ed il centro direzionale di Napoli), mentre Renzo Piano progettò l’aeroporto di Osaka e il ponte di Ushibuka.
Ancora oggi, Giappone e Italia continuano a camminare fianco a fianco grazie al profondo legame che, nel tempo, si è sempre più rafforzato.

Metropolitan Governement Building Shinjuku Park Tower
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Japan Travel: Hanami
Hanami
Dell’Hanami, ovvero dell'osservare i fiori.
Primavera è sinonimo di Hanami in Giappone. Formato dai Kanji: Hana 花 "fiore" e mi 見 "guardare", il termine hanami significa godere della bellezza dei fiori che sbocciano. In particolare, si riferisce al guardare i Sakura: fiori di ciliegio.
Per capire il profondo significato di questa tradizione magica, l'haiku di Yosa Buson è perfetto:
“Cadono i fiori di ciliegio
sugli specchi d’acqua della risaia:
stelle, al chiarore di una notte senza luna.”
In queste parole si legge il simbolismo estetico del rapporto tra la natura e l’essere umano in cui tutto diviene armonico. La primavera è, difatti, “rinascita” quindi un rinnovamento dell’anima e dello spirito. La caduta dei fiori indica invece la transitorietà delle cose poiché i fiori raggiungono il culmine nella fioritura per poi cadere e lasciarsi trasportare dai corsi d’acqua. La bellezza è quindi meravigliosa ed effimera. In giapponese possiamo riassumere tale concetto nella piccola frase 物の哀れ, “mono no aware”. Questo concetto estetico esprime una forte partecipazione emotiva nei confronti della bellezza della natura e della vita umana, con una conseguente sensazione nostalgica legata al suo incessante mutamento.

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Le Radici
Le colline di Yoshino sono il luogo di origine dei ciliegi giapponesi. La leggenda racconta che nel VII secolo d.C. il sacerdote En-no-Ozuno piantò i sakura e su di essi lanciò una maledizione che avrebbe colpito chiunque avesse osato abbatterli. C’è però chi afferma che l’hanami provenga dalla Cina, all’epoca della dinastia Tang, che influenzò il Giappone del periodo Nara. Inizialmente erano gli “ume” (alberi di prugne) a regalare lo spettacolo della fioritura. Durante il periodo Heian (794-1185) però, la corte giapponese si trasferì stabilmente a Kyoto e qui, l’imparagonabile bellezza degli alberi di ciliegio sovrastò quelli di prugne.
Murasaki Shikibu, dama di corte che compose il "Genji Monogatari”, il primo romanzo della storia, utilizzò per la prima volta il termine “hanami” in relazione ai fiori di ciliegio. Inizialmente, questo rito contemplava la partecipazione di un élite composta da nobili, dignitari di corte, samurai e poeti, che beveva sake ed esponeva haiku sulla bellezza dei fiori di ciliegio. Nel successivo periodo Edo, l’hanami si diffuse anche ai ceti più bassi tramutandosi in una festa nazionale. E questo fu possibile anche grazie allo shogun Tokugawa Yoshimune che diffuse gli alberi di ciliegio piantandoli in tutto il Giappone.

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Tra Bellezza e Caducità, l’Hanami oggi
L’hanami si svolge in un periodo di tempo che si protrae tra il mese di marzo e aprile quando avviene la fioritura dei sakura. Tradizionalmente, le persone si riuniscono stendendo i propri tappetini azzurri ai piedi degli alberi e, armati dei propri bento, godono dello spettacolo della natura degustando piatti tipici. Tra questi ci sono gli hanami-dango, polpette di riso in tre colori: rosa, bianco e verde, accompagnate dal tè verde e fiumi di sake. Altro piatto tipico è il dolce sakura mochi, fatto con pasta di fagioli e riso pressato avvolto in una foglia di ciliegio salata. E lo spettacolo continua fino a sera culminando nello Yozakura 夜桜 in cui la notte viene rischiarata dai chochin, tipiche lanterne colorate fatte di carta.

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A caccia dello spettacolo
Il Giappone è completamente invaso dalla fioritura simultanea degli alberi che si risvegliano dal torpore invernale, caratteristica che colpisce al cuore e alla vista. Ma vi sono luoghi in cui il fascino della natura è più prepotente. Tra i luoghi imperdibili c’è il parco Maruyama a Kyoto famoso per lo Shidarezakura, il ciliegio piangente, unico al mondo. A Tokyo troviamo il Parco di Ueno con i suoi antichi templi ed il laghetto Shinobazu-ike. Il Castello di Himeji, nella prefettura di Hyōgo, è circondato da un bosco di ciliegi che formano un labirinto. Il Castello di Hirosaki invece, nella prefettura di Aomori, è famoso per i suoi 2,600 ciliegi. E ancora, il monte Yoshino, nella prefettura di Nara, dove 100.000 ciliegi sorgono sul dorso della montagna.
Japan Folklore: Kanamara Matsuri
Kanamara Matsuri

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La festa del "Pene di ferro"
Il Kanamara Matsuri (かなまら祭り) viene spesso accolto dagli stranieri come l'ennesima bizzarria del Giappone. In realtà le origini di questo festival sono molto antiche e legate alla religione shintoista.
Tutto ebbe inizio nel periodo Edo, nel 1603, età in cui la cittadina di Kawasaki era meta di viaggiatori i quali si sollazzavano nelle case da tè e, privatamente, si intrattenevano con le prostitute. Le prostitute si recavano al tempio Kanayama per pregare di non contrarre o di liberarsi dalle malattie sessualmente trasmissibili.
Esiste anche una leggenda che ruota attorno al nome del Kanamara Matsuri, secondo la quale nella vagina di una giovane ragazza dimorava un demone dai denti aguzzi. Qualunque uomo avesse avuto rapporto intimi con lei sarebbe stato irrimediabilmente castrato. Ne fu vittima anche il suo sposo la prima notte di nozze e la ragazza, ormai disperata, chiese aiuto ad un fabbro. L’uomo le forgiò un fallo di ferro che spezzò i denti del demone e liberò la donna dalla maledizione. Per festeggiare venne eretto un piccolo tempio shintoista nel quale viene venerato ancora oggi il fallo di ferro.
La tradizione andò persa alla fine del 1800 ma, negli anni '70, il capo sacerdote Hirohiko Nakamura decise di riportare in vita la festa perduta.
Per secoli, il Kanayama è stato un luogo in cui le coppie rivolgono una preghiera per avere un bambino, fortuna negli affari, un dolce parto o anche solo armonia familiare.

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3 Mikoshi e nessuno preconcetto
Ogni anno, la prima domenica di aprile nella cittadina di Kawasaki, i sacerdoti del Kanayama Jinja organizzano il festival.
La parata si apre con una cerimonia shintoista nel santuario, dove viene distribuito del sake e del pesce fritto a tutti i visitatori come augurio di buona fortuna. Finalmente, il grande pene rosa collocato su un altare viene portato al tempio. A questo punto la parata ha effettivamente inizio guidata da tre mikoshi, ciascuno contenente un enorme fallo. Il primo svetta eretto ed è realizzato in metallo nero lucido. Il secondo è un vecchio modello in legno, antico e nodoso, ed entrambi sono trasportati dai portatori del santuario che cantano durante la processione. Il terzo invece è affidato a un gruppo joso: membri di un club di cross-dressing chiamato Elizabeth Kaikan. I suoi membri, con il loro trucco luminoso e parrucche colorate, si mostrano prepotentemente alle telecamere mentre muovono il mikoshi in aria.
Dopo la sfilata, tutti si riuniscono per godere dello street-food, dei concorsi a tema sessuale e dell’atmosfera allegra. Tra le sfide proposte c’è una gara di scultura, che ovviamente deve essere di forma fallica, o un rodeo su grossi peni rotanti. Il festival è frequentato sia da gente del posto che turisti i quali, per l'occasione, si liberano dai preconcetti e affrontano rilassati argomenti spesso oggetto di tabù. La stragrande maggioranza delle persone indossa tutto ciò che di stravagante si possa immaginare, come i nasi finti a forma di pene, mentre divorano cibi dalla stessa forma. Ci si imbatte anche in giovani donne in posa per le foto durante la loro cavalcata sulle altalene che, per l'occasione, sono peni di legno.
Il Festival rimane fedele alla sua storia di origine, onorando la consapevolezza sessuale e la prosperità della Comunità donando tutti i proventi alle organizzazioni dedicate alla ricerca sull'HIV.

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Miko: Le "Vergini del Tempio" tra Sciamanesimo e Modernità
Le abbiamo viste scagliare frecce spirituali in Inuyasha (Kikyō) o gestire templi cittadini in Sailor Moon (Rei Hino). Ma chi sono davvero le Miko (巫女)? Non sono semplici assistenti, né suore in senso occidentale: sono le custodi di una tradizione che affonda le radici nella preistoria giapponese.

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Le Origini: Regine e Sciamane
Anticamente, il ruolo della Miko era intriso di potere e mistero. La parola stessa originariamente si scriveva come "Bambino di Dio" (神子).
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Himiko: La leggendaria regina sciamana del regno di Yamatai (II-III secolo d.C.) è l'esempio più antico di questa figura: una donna capace di governare attraverso il dialogo con gli spiriti.
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Il Dono della Trance: Nei secoli arcaici, le Miko erano vere sciamane. Attraverso la danza e la preghiera, entravano in uno stato di trance per comunicare il volere dei Kami (divinità) agli uomini, influenzando la politica e i raccolti dei villaggi.

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La Danza Kagura: Intrattenere gli Dei
Il cuore del servizio di una Miko è il Kagura ("Musica degli Dei"). Questa danza sacra nasce dal mito della dea Ama-no-Uzume, che danzò con tale fervore da convincere la dea del sole, Amaterasu, a uscire dalla grotta in cui si era rifugiata, riportando la luce nel mondo. Ancora oggi, le Miko danzano muovendo ventagli o campanelli per purificare l'aria e allietare gli spiriti.

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I
Il Difficile Cammino del Passato
Diventare Miko un tempo era un percorso di ascesi estrema:
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Purificazione: Lavaggi in acque gelide e lunghi periodi di astinenza.
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Matrimonio Mistico: Al termine dell'addestramento, una cerimonia simboleggiava l'unione tra la ragazza e il Kamiche avrebbe servito. Da quel momento, la castità era un requisito fondamentale per mantenere la purezza necessaria al contatto divino.
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La Crisi: Nel periodo Kamakura, molte Miko persero il sostegno statale, finendo purtroppo a mendicare. Solo in epoca moderna, con l'editto Miko Kindanrei (1873), le loro pratiche sciamaniche vennero proibite, trasformando il loro ruolo in quello cerimoniale che conosciamo oggi.

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Le Miko Oggi: Tra Tradizione e Part-time
Oggi, camminando in un santuario Shintoista, vedrete le Miko indossare il loro inconfondibile abito:
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Hakama rosso: I tipici pantaloni larghi.
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Haori bianco: Simbolo di purezza.
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Accessori: Nastri rossi tra i capelli e lo Azusa-yumi (l'arco di legno per scacciare gli spiriti).
Molte Miko moderne sono studentesse universitarie che lavorano al tempio durante le festività. Non entrano più in trance, ma mantengono vivo il santuario: vendono gli Omikuji (i biglietti della fortuna), aiutano i sacerdoti nei riti nuziali e si occupano della pulizia dei luoghi sacri.

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Japan Folklore: Hōnen Matsuri
Hōnen Matsuri

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Il 15 marzo di ogni anno si celebra lo Honen Matsuri in tutto il Giappone. Il più famoso ha luogo presso il Tagata Jinja nella piccola città di Komaki, fuori Nagoya, con foto e filmati disponibili su Internet. Ma in altre parti del Giappone, come l’Honen Matsuri di Okinawa, questo festival è ancora considerato un rito sacro e segreto e nessuna foto o registrazione sono permessi. Anche parlare o scrivere di ciò che si è visto è tecnicamente proibito.
Hōnen Matsuri (豊年祭), letteralmente “Festival del raccolto”, ha una storia di quasi 1500 anni: il suo scopo è garantire la fertilità delle piantagioni per l'anno successivo. Un rituale ricco di benedizioni per il raccolto, ma anche per ogni tipo di prosperità e fertilità in generale. Agli occhi degli occidentali, questa celebrazione potrebbe assumere dei connotati osceni poiché il suo simbolo è un fallo di legno di cipresso di 280 kg, per una lunghezza di 2,5 metri. Ma non è assolutamente così.
I riti fallici hanno infatti origine nella preistoria. Si pensa che questi riti local indigeni, e le corrispondenti pratiche e credenze della fertilità vaginale, furono facilmente adattati al nuovo sistema di credenze taoiste che stavano prendendo piede in Giappone. Sistema di credenze che avrebbe poi formato la Via dello Yin e dello Yang, la tradizionale cosmologia esoterica. I culti della fertilità locale coesistettero e sembrano essere stati incoraggiati, istituzionalizzati e presieduti dalle élite reali di Nara. Élite che si stabilirono come signori feudali su estese aree locali.
La celebrazione della fertilità
Un elemento importante delle feste shintoiste giapponesi sono le processioni, in cui il kami (divinità shintoista) del santuario locale viene trasportato attraverso la città in un mikoshi 神輿 o 御輿 (palanchini, piccolo santuario trasportabile). È l'unico periodo dell'anno in cui il kami lascia il santuario per essere portato in giro per la città. Si dice che questo rito del trasporto della divinità si basi sulla leggenda del kami che qui dimora, Takeinazumi-no-mikoto. Egli aveva un pene enorme e prese in moglie una donna locale, Aratahime-no-mikoto.
Alle 9:00 del mattino i preparativi sono in corso: gli stand gastronomici fanno capolino con le loro banane al cioccolato scolpite a forma di pene decorate alla base con marshmallow. Spuntano bancarelle di souvenir, statuette e altri oggetti che vengono offerte per augurare una grande fertilità ai propri cari. Queste statue permettono alle coppie di pregare per un bambino, i non sposati pregano per un marito o una moglie, mentre gli agricoltori sperano in abbondanti raccolti. Il tutto è allietato da l’immancabile distribuzione di sake all-you can-drink contenuto in grandi botti di legno.

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La cerimonia inizia verso le 10:00. I sacerdoti cospargono di sale la strada per purificare la via che verrà intrapresa dai portatori. Recitano anche preghiere e impartiscono benedizioni ai partecipanti e ai mikoshi, così come al grande fallo di legno che deve essere trasportato lungo il percorso della parata. Il punto di partenza è il santuario chiamato Shinmei Sha (negli anni pari), situato su una grande collina, o il santuario di Kumano-sha (negli anni dispari), per arrivare poi al santuario di Tagata Jinja. Giunti qui, c’è il tradizionale rito del mochi nage: i partecipanti si battono per afferrare una delle piccole torte di riso lanciate dai funzionari dalle piattaforme rialzate. Questi dolcetti porteranno fortuna nell’anno avvenire.
















