Japan Italy: Takahiro Iwasaki

Takahiro Iwasaki

Photo credits: Jean-Pierre Dalbéra flickr.com

Questa settimana vi parleremo dell'artista che proprio quest'anno ha rappresentato il Padiglione del Giappone alla Biennale di Venezia: Takahiro Iwasaki.

Takahiro Iwasaki è nato e cresciuto a Hiroshima, dove ha frequentato l'Università conseguendo una Laurea in Arte nel 1998. Ha successivamente conseguito un Master in arte nel 2001 e un Dottorato di Filosofia nel 2003.

Parliamo di un artista rinomato a livello internazionale per la sua unicità e riconoscibilità a colpo d'occhio. Le sue opere sono state esposte in tutto il mondo, fra cui: il Museo d'arte moderna di Seul, il Palais de Tokyo a Parigi, il Museo d'arte moderna di Mosca e il Museo d'arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto.

Nel 2005 ha inoltre ricevuto un Master in Fine Arts dall’ Edinburgh College of Art nel Regno Unito.

La Poetica e le Opere

Photo credits: Jean Bosco SIBOMANA flickr.com

Takahiro Iwasaki lavora principalmente sui "cambi di materia" e i "cambi di contesto". È infatti conosciuto per i lavori in cui trasforma materiali apparentemente banali ed oggetti di scarto, in strabilianti sculture realizzate con grande precisione e meticolosità. Trasformando oggetti e materiali comuni, che noi tutti utilizziamo quotidianamente, e reinterpretandoli dando loro una seconda vita, ci permette di guardarli sotto un'altra luce.

Il rapporto profondo e viscerale con la propria città, lo ha spinto a creare una poetica introspettiva e riflessiva. Hiroshima infatti, distrutta in un primo momento dai bombardamenti atomici della seconda guerra mondiale, e poi ricostruita in seguito, ha ispirato l'artista nelle scelte della propria cifra comunicativa e stilistica.
Ma non solo, per Iwasaki è molto importante anche il rapporto con la natura, che insieme alla propria città rappresenta una delle maggiori fonti di ispirazione.
Attraverso la sua infanzia ad Hiroshima, Iwasaki è cresciuto con il riflesso della sua memoria inscritto nella propria mente. Ciò ci ricorda che il momento della riflessione potrebbe essere interpretato anche come la sua coscienza di "tempo che passa".

La serie di opere più conosciuta di Iwasaki è Out of Disorder, che riproduce strutture architettoniche utilizzando materiali insoliti come capelli, polvere, fili, asciugamani e spazzolini da denti.

Tra le strutture ricostruite troviamo la ruota panoramica di Coney Island, il Cosmoworld di Yokohama e anche aree portuali e raffinerie di petrolio.

La serie include anche mappe scolpite su rotoli di nastro adesivo, fra cui una riproduzione del Victoria Peak di Hong Kong.

Le opere sono state esposte in mostra alla galleria Cornerhouse di Manchester nel 2011, alla Biennale di Arte Asiatica presso il National Taiwan Museum of Fine Arts nel 2013 e al Kawasaki City Museum nel 2014.

Un'altra serie di opere di Iwasaki è composta da templi scolpiti in legno di cipresso giapponese. Una versione speculare del tempio è attaccata sotto di esso come fosse un riflesso sull'acqua, e l'intera scultura è sospesa a mezz'aria.

Photo credits: Gerard Lemos flickr.com

La prima opera di questo tipo, Reflection Model, è stata esposta alla Gallery Natsuka di Tokyo nel 2001.

Della suddetta opera, nel 2012 Iwasaki ha poi completato un modello nuovo e più complesso, che rappresenta fedelmente il Byōdō-in vicino a Kyoto. Quest’ultimo è stato esposto alla Triennale Asia-Pacifico di Arte Contemporanea organizzata dalla Queensland Art Gallery in Australia.

Nel settembre dello stesso anno Iwasaki ha disposto numerose sculture microscopiche, fra cui una Torre Eiffel incompleta, nello spazio espositivo del Palais de Tokyo a Parigi.

Nel 2014 Iwasaki ha creato due opere site-specific per la mostra Perduti nel paesaggio del Museo d'arte moderna e contemporanea di Trento. Le due opere, costruite con capelli e polvere, rappresentano la cupola del museo e una torre, e sono visibili tramite telescopi.

Padiglione del Giappone - Biennale d’Arte di Venezia 2017

Per la 57° Biennale d’Arte di Venezia il Padiglione giapponese ospita la sua mostra Turned Upside Down, It’s a Forest (Capovolta, è una foresta), e il cui titolo si ispira proprio a Venezia.

Nel complesso, l’opera si caratterizza per l’inclusione di elementi che sebbene non siano fisicamente presenti, rappresentano la parte principale dell’identità dell’opera. Come ad esempio l’acqua nella serie Reflection Model, per il costante contrasto tra ordine e disordine e per un profondo interesse per le tematiche ecologiche e sociali.

La mostra quindi presenta sette fra opere scultoree ed installazioni, alcune delle quali Iwasaki ha specificatamente pensato per la Biennale 2017.

Photo credits: Gerard Lemos flickr.com

La serie Reflection Models è formata da grandi modelli architettonici di templi giapponesi esistenti, costruiti come se fossero riflessi dallo specchio d’acqua su cui gli edifici originali effettivamente si affacciano. Ciò richiama l'affascinante dualismo che unisce realtà e ambiguità.

Per enfatizzare ulteriormente questo concetto i modelli sono realizzati con lo stesso legno, il cipresso giapponese, utilizzato per gli edifici reali.

Infine, l’opera Flow, che è parte della serie Tectonic Models, allude all’instabilità della crosta terreste, e più in generale, dei nostri sistemi sociali. L’opera è costituita da una pila di libri scientifici appoggiati precariamente su un vecchio tavolino che l’artista ha trovato a Venezia, sistemati in modo da rimandare all’idea di un edificio in costruzione.

Photo credits: Annette Dubois flickr.com

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Japan Tradition: Hadaka Matsuri

Hadaka Matsuri

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Sebbene oggi giorno la nudità non rappresenti quasi più una vergogna, da questa parte del mondo e non solo, essa rientra spesso nella categoria di quegli argomenti comunemente considerati pruriginosi.
La nudità incuriosisce, talvolta ci turba, e senz'altro stuzzica le fantasie di ognuno di noi.

Il Paese del Sol Levante è terra ricca di abitudini e tradizioni che spesso entrano in contrasto tra di loro. Prendiamo per esempio l'ossessione per le buone maniere, l'estrema riservatezza, il gran senso del pudore e i quartieri dediti alle trasgressioni notturne e ai divertimenti senza fine. Tuttavia in questo paese trovano posto anche i festival dedicati alla nudità. Non c’è migliore occasione per "mettere a nudo se stessi", se non durante l'Hadaka Matsuri.

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Prima di entrare nel vivo di questa celebrazione, farei un passo indietro. Nella lingua giapponese, il termine matsuri indica una festa tradizionale. Questo nella loro cultura coincide con un evento che attira nelle strade e nei parchi centinaia di persone.

Le Origini

Molti di questi festival hanno avuto origine dalle feste tradizionali cinesi. Esse tuttavia sono andate scomparendo con gli anni, mischiandosi o venendo rimpiazzate dalle tipiche usanze giapponesi. Infatti in Giappone, il concetto di festa o celebrazione, deriva dal profondo legame che questo popolo ha con la natura, riconducibile anche alla religione tradizionale del Paese, lo Shintoismo.

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L’Hadaka Matsuri letteralmente significa "festa dell'uomo nudo". Durante questa celebrazione i circa 9.000 partecipanti, solamente uomini, indossano unicamente il perizoma tradizionale giapponese, il fundoshi, e per chi lo desidera, anche il kimono. Ma non solo, tra i partecipanti, c'è chi sceglie anche di non indossare nulla.
Questa festa ha luogo in diverse zone del Giappone. La più importante è quella di Okayama (sede originaria dell'evento), sull’isola di Honshu. Essa si svolge nel Tempio Saidai-ji, infatti il nome completo della festa è "Saidaiji Eyo Hadaka Matsuri". Trattandosi di un evento di tipo religioso è assolutamente vietato bere o portare alcool. Inoltre, gli uomini che hanno dei tatuaggi possono partecipare, ma solo a patto che li coprano con del nastro.

L'Hadaka Matsuri ha origini lontanissime. Si dice che risalga al 767 d.C., quando i fedeli gareggiavano per ricevere talismani fatti di carta, i go-o, gettati da un sacerdote.

Hadaka Matsuri e la nudità

Secondo alcune testimonianze, si dice che coloro che riuscivano ad ottenere questi talismani avrebbero goduto di un anno di fortuna.
Inoltre, la credenza collettiva vedeva la nudità in grado di assorbire mali e sfortune. Infatti colui che riusciva ad ottenere il talismano, veniva proclamato Uomo Nudo o Uomo dello Spirito (shin-otoko). Tutti coloro che volevano liberarsi della propria sfortuna cercavano di toccarlo.
Ma ancora oggi, essendo in tantissimi uomini a prendere parte alla gara, non è affatto semplice per loro riuscire a "toccare" il più fortunato. Anche per i partecipanti più assidui possono essere necessari molti anni prima di riuscire ad avere un contatto con il suddetto.

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Con il passare del tempo, i sacerdoti si resero conto che i go-o, essendo realizzati in carta, avevano vita breve. Infatti, molto spesso finivano per essere distrutti proprio durante la calca per accaparrarne uno. Successivamente furono sostituiti con dei bastoni di legno usati ancora oggi e preparati dagli stessi sacerdoti con l'aiuto di strumenti manuali.
Ed ecco come la nudità si tramuta in sacra tradizione.

La tradizione

Dopo aver vissuto alcuni giorni in isolamento in veglia e in preghiera, i giovani partecipanti con indosso solo il fundoshi, si dirigono verso il Tempio. Essi corrono, mentre vengono investiti da getti di acqua ghiacciata. Giunti nel Tempio, devono riuscire ad afferrare uno dei bastoni di legno, gli shingi. Questi vengono gettati dai sacerdoti che si trovano nella parte alta del Tempio. Alle ore 22:00, per rendere la prova ancora più ardua e di difficile realizzazione, questi talismani vengono lanciati a luci spente o quasi. Una volta agguantato il bastone, il primo che riesce ad infilarlo in posizione verticale in una scatola di legno colma di riso, viene proclamato shin-otoko. Il vincitore viene benedetto con un anno di felicità e fortuna, oltre che ottenere un premio in denaro.

Oltre agli shingi, i sacerdoti gettano anche 100 rami di salice, e chiunque riesca ad afferrarli avrà fortuna nell’anno futuro.

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Meno fortunato, succede anche che durante la calca avvengano incidenti. Nel migliore dei casi si tratta "solamente" di ematomi, nasi e labbra rotti. È per questo motivo che i sacerdoti chiedono sempre di annotare sul fundoshi (o su un pezzetto di carta da inserire al suo interno) tutte le informazioni utili, come ad esempio: nome, cognome, indirizzo e gruppo sanguigno.

Fotografo : Kurt Gledhill