Japan Folklore: Kanamara Matsuri

Kanamara Matsuri

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La festa del "Pene di ferro"

Il Kanamara Matsuri (かなまら祭り)  viene spesso accolto dagli stranieri come l'ennesima bizzarria del Giappone. In realtà le origini di questo festival sono molto antiche e legate alla religione shintoista.

Tutto ebbe inizio nel periodo Edo, nel 1603, età in cui la cittadina di Kawasaki era meta di viaggiatori i quali si sollazzavano nelle case da tè e, privatamente, si intrattenevano con le prostitute. Le prostitute si recavano al tempio Kanayama per pregare di non contrarre o di liberarsi dalle malattie sessualmente trasmissibili.

Esiste anche una leggenda che ruota attorno al nome del Kanamara Matsuri,  secondo la quale nella vagina di una giovane ragazza dimorava un demone dai denti aguzzi.  Qualunque uomo avesse avuto rapporto intimi con lei sarebbe stato irrimediabilmente castrato. Ne fu vittima anche il suo sposo la prima notte di nozze e la ragazza, ormai disperata, chiese aiuto ad un fabbro. L’uomo le forgiò un fallo di ferro che spezzò i denti del demone e liberò la donna dalla maledizione. Per festeggiare venne eretto un piccolo tempio shintoista nel quale viene venerato ancora oggi il fallo di ferro.

La tradizione andò persa alla fine del 1800 ma, negli anni '70, il capo sacerdote Hirohiko Nakamura decise di riportare in vita la festa perduta.

Per secoli, il Kanayama è stato un luogo in cui le coppie rivolgono una preghiera per avere un bambino,  fortuna negli affari, un dolce parto o anche solo armonia familiare.

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3 Mikoshi e nessuno preconcetto

Ogni anno, la prima domenica di aprile nella cittadina di Kawasaki, i sacerdoti del Kanayama Jinja organizzano il festival.

La parata si apre con una cerimonia shintoista nel santuario, dove viene distribuito del sake e del pesce fritto a tutti i visitatori come augurio di buona fortuna. Finalmente, il grande pene rosa collocato su un altare viene portato al tempio. A questo punto la parata ha effettivamente inizio guidata da tre mikoshi, ciascuno contenente un enorme fallo. Il primo svetta eretto ed è realizzato in metallo nero lucido. Il secondo è un vecchio modello in legno, antico e nodoso, ed entrambi sono trasportati dai portatori del santuario che cantano durante la processione. Il terzo invece è affidato a un gruppo joso: membri di un club di cross-dressing chiamato Elizabeth Kaikan. I suoi membri, con il loro trucco luminoso e parrucche colorate, si mostrano prepotentemente alle telecamere mentre muovono il mikoshi in aria.

Dopo la sfilata, tutti si riuniscono per godere dello street-food, dei concorsi a tema sessuale e dell’atmosfera allegra. Tra le sfide proposte c’è una gara di scultura, che ovviamente deve essere di forma fallica, o un rodeo su grossi peni rotanti. Il festival è frequentato sia da gente del posto che turisti i quali, per l'occasione, si liberano dai preconcetti e affrontano rilassati argomenti spesso oggetto di tabù. La stragrande maggioranza delle persone indossa tutto ciò che di stravagante si possa immaginare, come i nasi finti a forma di pene, mentre divorano cibi dalla stessa forma. Ci si imbatte anche in giovani donne in posa per le foto durante la loro cavalcata sulle altalene che, per l'occasione, sono peni di legno.

Il Festival rimane fedele alla sua storia di origine, onorando la consapevolezza sessuale e la prosperità della Comunità donando tutti i proventi alle organizzazioni dedicate alla ricerca sull'HIV.

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Japan Folklore: Miko

Miko (巫女)

"Vergini del tempio"

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Abbiamo visto questa figura in diversi anime: Rei Hino aka la coraggiosa Sailor Mars di Bishōjo senshi Sērā Mūn, la misteriosa Kikyō di Inuyasha, oppure le simpatiche gemelle Hiiragi di Lucky Star.

Tutti questi personaggi avevano in comune la stessa occupazione: erano miko, quelle fanciulle che si prestano a tuttofare nei templi Shintoisti gestendo varie funzioni. Troviamo quindi le miko impegnate ad aiutare il  sacerdote nelle sue funzioni, a tenere pulito il tempio e a raccogliere le offerte dei fedeli.

Definire questa figura secondo canoni occidentali è molto difficile. Le miko non sono assimilabili alle suore Cristiane, né sono dei veri e proprio Sacerdoti, benché nello Shintoismo è possibile che tale funzione sia ricoperta anche da una donna. Sono più simili forse agli oracoli dell’antica Grecia, o a delle sciamane, dato che nell’antichità a loro era data la possibilità di comunicare con i kami,  divinità Shintoiste. Entrando in trance, esse potevano intercedere presso gli dei per poi comunicare il loro volere agli uomini. Le loro doti divinatorie e la loro capacità di comunicare con il mondo degli spiriti erano riconosciute come volere Divino.

Le origini

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La loro origine risale al periodo Jōmon, la Preistoria Giapponese, che va da circa il 10000 a.C. al 300 a.C. Una delle menzioni più antiche e storicamente accertate di qualcosa si simile alla parola miko si ritrova nel nome della regina sciamana Himiko (175 circa – 248). Ella era la  regnante dello Yamatai, il più potente tra i regni in cui era suddiviso il Giappone arcaico. Non sappiamo però se Himiko fosse una miko o meno.

La parola ‘miko’ è composta dai kanji 巫 ("shamano, vergine non sposata"),  e 女 ("donna"), e generalmente viene tradotto come ‘vergine del tempio’. Anticamente era scritto come  神子 “Bambino di dio” o “Bambino divino”.

La forte connessione con le divinità era data anche dal fatto che le miko ballavano il Kagura (神楽), letteralmente "Intrattenimento per gli dei o musica degli dei". Questa è un’antica danza sacra Shintoista che affonda le sue radici folklore giapponese legandosi alla dea dell’alba Ama-no-Uzume. Si dice infatti che la dea con questa danza riuscì a convincere Amaterasu, la dea del sole, ad uscire dalla caverna in cui si era rifugiata dopo aver litigato con il fratello Susanoo, il dio della tempesta.

La danza kagura veniva spesso presentata anche presso la corte imperiale da quelle miko che di fatto erano viste come le discendenti della dea Ama-no-Uzume.

Nell’antichità, le miko erano erano figure sociali essenziali, ed era questo un ruolo che prevedeva  grossi impegni e responsabilità. La loro discendenza e connessione con il divino le identificava come messaggere del volere del kami, ma non solo. Le poneva infatti anche nella posizione di influenzare la vita sociale e politica, e di fatto quindi le sorti del villaggio presso cui prestavano servizio.

Attraversarono però una notevole crisi a partire soprattutto dal periodo Kamakura (1118-1333). Si cominciò infatti a porre un freno alle loro pratiche sciamaniche e le miko, senza più fondi, furono costrette a mendicare.  Alcune scivolarono tristemente verso la prostituzione.

Dopo un periodo di grandi trasformazioni in epoca Edo, nel 1873, per volere del “Dipartimento degli Affari Religiosi” (教部), fu emanato un editto chiamato Miko Kindanrei (巫女禁断令). Esso proibiva ogni pratica spirituale alle giovani miko.

Come si diventava miko?

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Il percorso per diventare miko era lungo e difficile. Scelta dal clan  in base alla propria forza spirituale o per discendenza diretta da una sciamana, la fanciulla iniziava la sua preparazione in giovane età, in genere con il primo mestruo.  Ci volevano dai tre ai sette anni di per diventare una vera miko.

Le ragazze erano solite lavarsi in acque gelide, praticare l’astinenza, e compiere altri riti come atti di purificazione. Il tutto era volto a imparare a controllare il suo stato di trance.

Imparavano una lingua segreta che solo loro e gli altri sciamani conoscevano, e dovevano conoscere il nome di ogni kami rilevante per il loro villaggio. Imparavano anche l’arte divinatoria della chiaroveggenza e le danze per poter entrare in stato di trance  e parlare con le divinità.

Al completamento di questo percorso si svolgeva una cerimonia che simbolicamente rappresentava il matrimonio tra la miko e il kami che avrebbe servito. Vestita con un abito bianco che ne rappresentava la vita precedente, la fanciulla entrava in uno stato di trance e le veniva chiesto quale kami avrebbe servito. Dopo di che, le veniva tirato un dolcetto di riso sul viso provocandone lo svenimento. Veniva poi adagiata in un letto caldo fino al suo risveglio, quando avrebbe vestito un kimono colorato per indicare l’avvenuto matrimonio tra lei e la divinità.

In virtù di questo legame con la divinità le giovani dovevano restare vergini. Ci sono state però miko con una particolare forza spirituale che hanno potuto continuare il servizio anche dopo il loro matrimonio.

Le miko oggi

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Oggigiorno la figura della miko esiste ancora ma sono per lo più giovani ragazze universitarie che lavorano part-time presso il tempio. Assistono il kannushi o  ‘uomo di dio’ nelle varie funzioni e riti del tempio, compiono danze cerimoniali, tengono pulito il tempio e vendono omikuji, fogli di carta cui è scritto una predizione divina. In genere non hanno bisogno di una preparazione specifica e non devono essere necessariamente vergini, anche se è ancora richiesto che siano non sposate. La danza kagura è divenuta una semplice danza cerimoniale e non più un mezzo per entrare in contatto con l’entità divina.

Il loro abito tradizionale e composto nella parte superiore da un haori bianco che ne rappresenta la purezza, e nella parte inferiore da un  hakama,  “pantalone” rosso fuoco. Rossi o bianchi sono anche i nastri che ne legano i capelli.

Durante le cerimonie usano campanelli, rametti di sakaki, o intonano preghiere suonando un tamburo. Tra gli altri oggetti rituali è presente anche lo azusa-yumi, un arco che veniva usato per cacciare via gli spiriti maligni. In passato usavano anche specchi per richiamare il kami o delle kataka.

Magari le miko hanno perso la loro connessione divina, ma non la tradizione millenaria che le lega alla cura del tempio, restando una delle figure femminili più famose del Giappone ancora ai giorni nostri.

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Japan Folklore: Hōnen Matsuri

Hōnen Matsuri

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Il 15 marzo di ogni anno si celebra lo Honen Matsuri in tutto il Giappone. Il più famoso ha luogo presso il Tagata Jinja nella piccola città di Komaki, fuori Nagoya, con foto e filmati disponibili su Internet. Ma in altre parti del Giappone, come l’Honen Matsuri di Okinawa, questo festival è ancora considerato un rito sacro e segreto e nessuna foto o registrazione sono permessi. Anche parlare o scrivere di ciò che si è visto è tecnicamente proibito.

Hōnen Matsuri (豊年祭),  letteralmente “Festival del raccolto”, ha una storia di quasi 1500 anni: il suo scopo è garantire la fertilità delle piantagioni per l'anno successivo. Un rituale ricco di benedizioni per il raccolto, ma anche per ogni tipo di prosperità e fertilità in generale. Agli occhi degli occidentali, questa celebrazione potrebbe assumere dei connotati osceni poiché il suo simbolo è un fallo di legno di cipresso di 280 kg, per una lunghezza di 2,5 metri. Ma non è assolutamente così.

I riti fallici hanno infatti origine nella preistoria. Si pensa che questi riti local indigeni, e le corrispondenti pratiche e credenze della fertilità vaginale, furono facilmente adattati al nuovo sistema di credenze taoiste che stavano prendendo piede in Giappone. Sistema di credenze che avrebbe poi formato la Via dello Yin e dello Yang, la tradizionale cosmologia esoterica. I culti della fertilità locale coesistettero e sembrano essere stati incoraggiati, istituzionalizzati e presieduti dalle élite reali di Nara. Élite che si stabilirono come signori feudali su estese aree locali.

La celebrazione della fertilità

Un elemento importante delle feste shintoiste giapponesi sono le processioni, in cui il kami (divinità shintoista) del santuario locale viene trasportato attraverso la città in un mikoshi 神輿 o 御輿 (palanchini, piccolo santuario trasportabile). È l'unico periodo dell'anno in cui il kami lascia il santuario per essere portato in giro per la città. Si dice che questo rito del  trasporto della divinità si basi sulla leggenda del kami che qui dimora, Takeinazumi-no-mikoto. Egli aveva un pene enorme e prese in moglie una donna locale, Aratahime-no-mikoto.

Alle 9:00 del mattino i preparativi sono in corso: gli stand gastronomici fanno capolino con le loro banane al cioccolato scolpite a forma di pene decorate alla base con marshmallow. Spuntano bancarelle di souvenir, statuette e altri oggetti che vengono offerte per augurare una grande fertilità ai propri cari. Queste statue permettono alle coppie di pregare per un bambino, i non sposati pregano per un marito o una moglie, mentre gli agricoltori sperano in abbondanti raccolti. Il tutto è allietato da l’immancabile distribuzione di sake all-you can-drink contenuto in grandi botti di legno.

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La cerimonia inizia verso le 10:00. I sacerdoti cospargono di sale la strada per purificare la via che verrà intrapresa dai portatori. Recitano anche preghiere e impartiscono benedizioni ai partecipanti e ai mikoshi, così come al grande fallo di legno che deve essere trasportato lungo il percorso della parata. Il punto di partenza è il santuario chiamato Shinmei Sha (negli anni pari), situato su una grande collina, o il santuario di Kumano-sha (negli anni dispari), per arrivare poi al santuario di Tagata Jinja. Giunti qui,  c’è il tradizionale rito del mochi nage: i partecipanti si battono per afferrare una delle piccole torte di riso lanciate dai funzionari dalle piattaforme rialzate. Questi dolcetti porteranno fortuna nell’anno avvenire.


Japan History: Ishikawa Goemon

Ishikawa Goemon

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Ishikawa Goemon (石川 五右衛門, 1558 – 8 Ottobre, 1594) è stato un fuorilegge Giapponese semi leggendario che rubava oggetti di valore ai ricchi per darli ai poveri. Proprio per questa sua caratteristica viene a volte definito il Robin Hood del Giappone. Esistono molte storie che lo vedono protagonista e che lo descrivono come un eroe popolare che si batte contro i potenti per i più deboli. L’autenticità di queste storie tuttavia non è sempre certa.

La sua prima apparizione negli annali storici si ritrova nella biografia di Toyotomi Hideyoshi del 1642 che lo descriveva semplicemente come un ladro.

Ci sono varie versioni della vita di Ishikawa Goemon. Secondo una di queste, egli nacque come Sanada Kuranoshin nel 1558 da una famiglia di samurai al servizio del clan Miyoshi della provincia di Iga.  Nel 1573, quando suo padre, presumibilmente Ishikawa Akashi, fu assassinato dagli uomini dello shogunato Ashikaga, il quindicenne Sanada giurò vendetta. Cominciò quindi ad allenarsi nelle arti del ninjutsu a Iga sotto Momochi Sandayu. Allievo abilissimo ma di temperamento irruento, fu costretto a scappare quando il suo maestro scoprì la relazione di Sanada con una delle sue amanti.

Altre fonti gli danno il nome di Gorokizu, la cui provenienza viene individuata nella Provincia di Kawachi e non era un nunekin (ninja fuggitivo). Si era poi spostato nella regione del Kansai dove formò e guidò una banda di ladri e banditi come Ishikawa Goemon. Con questa banda rubava ai ricchi signori feudali, mercanti e clericali, condividendo poi il bottino con i poveri.

Secondo un’altra versione, che gli ha anche attribuito un attentato a Oda Nobunaga, sembra sia stato obbligato a diventare un ladro quando la rete organizzativa dei ninja fu distrutta.

Ciò che è certo è che Ishikawa Gomen divenne presto un personaggio popolare e apprezzato dal popolo, e non mancano gli aneddoti sulle sue avventure. Si dice che una volta, entrato in una stanza per compiere un furto, venne distratto dal sorriso di un bambino. Ishikawa cominciò a giocare con lui perdendo così il momento per mettere a segno il colpo. Un’altra storia riguarda il suo tentativo di assassinare il grande generale Oda Nobunaga. Una volta entrato nell’edificio di Oda, si nascose nell’attico proprio sopra la camera da letto del generale. Quando questi si fu coricato, Ishikawa praticò un buco sul soffitto proprio in corrispondenza della testa di Oda. Dal buco calò un tubicino tenendolo sospeso sopra la bocca del daimyo, tramite il quale fece passare un potente veleno. Ma il sonno di Oda Nobunaga era leggero e, svegliatosi, riuscì a sventare in tempo l’attentato.

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Versioni molto conflittuali riguardano anche la sua pubblica esecuzione nell’olio bollente davanti al cancello del tempio Buddhista Nanzen-ji a Kyoto.

Secondo una prima versione, alcuni compagni di scorribande di Goemon furono catturati e costretti a confessare il nome del loro capo.

Una seconda versione afferma invece che Goemon provò ad assassinare Toyotomi Hideyoshi. Alcuni dicono che lo fece per vendicare la morte di sua moglie Otaki e la cattura di suo figlio Gobei, altri perchè lo shogun era ritenuto un despota. Entrato nella camera di Hideyoshi, nel castello di Fushimi, fu però scoperto dalle guardie perché urtò un tavolo facendo cadere una campanella. A volte si parla invece di un bruciatore di incenso magico capace di emettere un suono di richiamo. Fu quindi catturato e condannato a morire, gettato vivo nell’olio bollente in un calderone di ferro, insieme al suo figlio più giovane.

Ma se Goemon incontrò così la sua fine, le storie divergono sul destino del figlioletto. In alcune, Goemon riuscì a salvarlo tenendolo in alto sopra la testa, e il figlio fu poi perdonato. In altre invece, si dice che il padre all’inizio provò a salvare il figlio tenendolo sopra la testa ma, resosi conto della futilità del suo gesto, lo spinse sul fondo del calderone per ucciderlo il prima possibile. Rimase poi con il corpo del bambino sollevato in alto in segno di scherno verso i suoi nemici, fino alla morte per il dolore e le ferite.

Anche la data della sua morte è incerta, alcuni dicono che avvenne in estate, mentre altri la datano l’8 Ottobre, quindi in autunno. Prima di morire, Goemon lasciò un poema d’addio nel quale diceva che qualunque cosa fosse successa, al mondo ci sarebbero sempre stati dei ladri.

Una pietra tombale dedicata a lui può essere visitata ancora oggi nel Tempio Daiunin a Kyoto, mentre le tradizionali vasche verticali giapponesi, solitamente di ferro o legno, prendono ancora oggi il nome di goemonburo (Vasca di Goemon)

Teatro Kabuki e Cultura Popolare

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Ishikawa Goemon è il soggetto di molte rappresentazioni teatrali kabuki. Quella che ancora oggi  viene messa in scena è Kinmon Gosan no Kiri (Il Portale d’Oro e lo Stemma di Paulonia). Consiste in cinque atti scritti da Namiki Gohei nel 1778, di cui il più famoso è quello intitolato Sanmon Gosan no Kiri (Il Portale Sanmon e lo Stemma di Paulonia). In questo atto Goemon è visto seduto in cima al portale Sanmon del tempio Nanzen-ji. Sta fumando una pipa d’argento molto grande chiamata  kiseru ed esclama “La vista primaverile merita un migliaio di pezzi d’oro, o così dicono, ma è troppo poco, troppo poco. Agli occhi di Goemon ne vale diecimila!” Goemon presto capisce che suo padre, un cinese chiamato So Sokei, era stato ucciso da Mashiba Hisayoshi e comincia a preparare la sua vendetta.

Il suo personaggio appare anche nel famoso racconto Quarantasette Ronin, messo in scena per la prima volta nel 1778. Nel 1992 invece, Goemon appare nella serie kabuki di alcuni francobolli postali Giapponesi.

Nella cultura popolare moderna ci sono in generale due modi in cui Goemon viene rappresentato: un giovane, scaltro ninja, o un potente bandito Giapponese.

Goemon è il personaggio principale della serie di video games Konami Ganbare Goemon dalla quale è stata tratta una serie televisiva. È anche il personaggio principale dei romanzi Shinobi no Mono e della serie di film ad essi ispirati, interpretati da Ichikawa Raizō VIII nel ruolo di Goemon. Nel terzo film, Shin Shinobi no Mono, conosciuto in inglese come Goemon Will Never Die, il protagonista sfugge all’esecuzione mentre un altro uomo viene buttato al suo posto nell’olio bollente. Goemon è anche il protagonista di alcuni film Giapponesi girati prima della seconda guerra mondiale come Ishikawa Goemon Ichidaiki e Ishikawa Goemon no Hoji.

Più recentemente invece, nel film Goemon del 2009 è interpretato da Yōsuke Eguchi e viene descritto come il più fedele seguace di Nobunaga assieme a Hattori Hanzō.

 

Il personaggio di Goemon appare anche in numerosi altri videogame come nella serie Samurai Warriors, Warriors Orochi,  Blood Warrior, Kessen III, Ninja Master's: Haō Ninpō Chō, Shall We Date?: Ninja Love, Shogun Warriors, e Throne of Darkness. È anche una Persona iniziale in Persona 5 di Yusuke Kitagawa, e fa la sua comparsa anche nel drama taiga Hideyoshi, nel film Roppa no Ôkubo Hikozaemon, e nei manga Kaze ga Gotoku e Bobobo-bo Bo-bobo.

Ma forse il personaggio più conosciuto di tutti è quello di Ishikawa Goemon XIII in Lupin III (Rupan Sansei), diretto discendente del leggendario ladro e ideato dal mangaka Monkey Punch.


Japan Travel: Fushimi Inari

Fushimi Inari

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Le migliaia di porte color vermiglio

Un sentiero composto da tantissimi torii di colore vermiglio, uno dietro l’altro: questo è il simbolo più riconoscibile del santuario shintoista Fushimi Inari Taisha (伏見稲荷大社). Il complesso sorge a  Fushimi-ku, a sud di Kyoto, ed è il più importante di parecchie migliaia di santuari dedicati al kami Inari. Inari è il dio shintoista protettore della prosperità e ricchezza dei raccolti, in particolare del riso.

Raggiungere questo luogo sacro è molto semplice poichè è situato di fronte alla stazione JR Inari. In alternativa si può camminare per un breve tratto dalla stazione Fushimi Inari servita dalla Keihan Main Line.

Le sue origini sono molto antiche e la sua fondazione risale ad ancor prima del 794, data in cui Kyoto diventò capitale. Inizialmente costruito sulla collina Inariyama, a sud ovest di Kyoto, fu spostato nell’816 su richiesta del monaco Kourai. L’attuale struttura principale del tempio fu edificata invece nel 1499.

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All'ingresso del santuario si trova la Porta Romon donata nel 1589 dal famoso leader Toyotomi Hideyoshi (egli fu un famoso samurai e daimyō del periodo Sengoku, fondatore del Clan Toyotomi. Succedendo al suo signore Oda Nobunaga anche nell'opera di riunificazione del Giappone, è considerato il secondo dei tre "grandi riunificatori”.)

Al di là della Porta Romon si erge la sala principale del santuario (honden) dove i visitatori dovrebbero fare una piccola offerta in segno di rispetto verso le divinità che vi risiedono.

Nella parte posteriore del terreno principale del santuario si trova l'ingresso al sentiero escursionistico coperto di torii ( 鳥居 tradizionale portale d'accesso giapponese che conduce ad un jinja, un tempio shintoista). Il sentiero inizia con due fitte file di porte parallele chiamate Senbon Torii ("migliaia di porte torii”). Essi si trovano a cavallo di una rete di sentieri che conducono nella rigogliosa foresta del sacro monte Inari (Inari-yama), a 233 metri di altezza. Ogni porta è stata donata dai fedeli o da qualche azienda e reca su di essa una scritta con il nome del donatore e la data della donazione stessa.

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La Volpe

Ai lati del sentiero ci sono le statue di una volpe seduta (Kitsune 狐), poste a nord-est, le quali svolgono il ruolo di guardiane aventi il compito di impedire l'ingresso dell'energia demoniaca nel mondo terreno. Le volpi sono inoltre considerate  le messaggere di Inari. Quest'ultimo, secondo la tradizione, nei periodi invernali risiedeva in montagna per poi scendere a valle in primavera durante la stagione agricola. Finito il periodo del raccolto, Inari sarebbe tornato ancora una volta nella sua residenza invernale. Ogni stagione le volpi si avvicinavano alle abitazioni degli umani allo stesso modo, venendo col tempo riconosciute come naturali messaggere del dio.

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Esse sono un soggetto ricorrente e un elemento di particolare importanza per i giapponesi. Rappresentano infatti creature sacre e misteriose dotate di una grande intelligenza e strani poteri soprannaturali che sviluppano con l’età.  La loro abilità principale è quella di cambiare aspetto ed assumere sembianze umane (infatti esse appaiono spesso con l'aspetto di una bella donna). Un altro potere a loro attribuito è quello del Kitsunetsuki (狐憑き o 狐付き) ovvero il potere di possedere gli essere umani. Si credeva infatti che una volpe fosse in grado di entrare nel corpo delle sue vittime, generalmente giovani donne, attraverso un'unghia o il petto, nutrendosi così della loro forza vitale vivendo all'interno del loro corpo.

Le kitsune di Inari sono bianche, colore considerato di buon auspicio. Esse possiedono il potere di allontanare il male, e talvolta agiscono da spiriti guardiani. Infatti, oltre a proteggere i santuari di Inari, esse proteggono le persone del posto fungendo da spauracchio contro le malvagie nogitsune, gli spiriti-volpi che non sono al servizio di Inari. Le volpi nere e le volpi a nove code sono altresì considerate come portafortuna.

Lungo il sentiero alcune di esse tengono tra le loro fauci una chiave che rappresenta la chiave del granaio.

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Percorrendo l’Inari-yama

Raggiungere la cima della montagna richiede circa 2 o 3 ore, e lungo la strada ci sono molti santuari più piccoli con pile di porte torii in miniatura che sono stati donati dai visitatori con budget inferiori. Ci si imbatte facilmente anche in alcuni ristoranti che offrono piatti a tema locale come l’ Inari Sushi e i Kitsune Udon ("Fox Udon"), entrambi con pezzi di aburaage (tofu fritto), che si dice sia il cibo preferito delle volpi.

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Dopo la prima mezz’ora di cammino, le porte torii iniziano a diminuire gradualmente fino a giungere all’incrocio di Yotsutsuji, a circa metà della montagna. Da qui si può apprezzare una splendida vista su Kyoto.

A questo punto il sentiero si divide in un percorso circolare fino alla cima.


Japan Folklore: Tennin

Tennin

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Le radici del Buddhismo in Giappone sono molto profonde e seguono di pari passo la storia del paese, evolvendosi con esso. Il Buddhismo giapponese infatti è costituito in buona parte dalla continuazione o dall'evoluzione delle antiche scuole del Buddhismo cinese. Alcune di queste scuole oggi estinte nel paese d'origine, introdotte nell'arcipelago nipponico in epoche diverse hanno qui continuato a vivere e a mutare.

Inoltre, l'introduzione della scrittura e della cultura cinesi, che sono all'origine della Storia del Giappone propriamente detta (VI secolo) fu veicolata anche da rapporti di carattere religioso. I monaci buddhisti rimarranno per lungo tempo i tramiti e gli interpreti più importanti della cultura continentale in Giappone.

Le Creature Celestiali

Quando si parla di Buddhismo, siamo portati a pensare immediatamente a Buddha. In realtà ci sono figure molto importanti affiancate a Buddha che risiedono assieme a lui nel paradiso buddhista. Tra queste figure troviamo i Tennin, frutto anch’essi di un lungo processo di assimilazione e trasformazione.

I Tennin , il cui nome è composto dai kanji 天 che significa cielo e 人 persona, sono letteralmente "creature celestiali", esseri spirituali. Essi comprendono gli HITEN 飛天, le creature volanti, gli UCHUU KUYOU BOSATSU 雲中供養菩薩, Bodhisattva seduti su delle nuvole, le TENNYO 天女, le fanciulle celestiali, i TENNOTSUKAI 天の使い, i messaggeri celesti e i KARYŌBINGA 迦陵頻伽, i quali sono assistenti celestiali che appaiono in varie forme, ma solitamente sono creature con il corpo di uccello e la di un Bodhisattva.

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Costoro non sono oggetti di culto, anche se la gente accorda loro una certa venerazione mettendo fiori, acqua e riso ai loro piedi. La loro funzione è quella di proteggere la legge buddista servendo il DEVA ovvero il gruppo TENBU, divinità che includono esseri divini e creature soprannaturali come il Drago, l'uomo-uccello Karura e le Ninfe Celestiali.

La maggior parte ha origine nelle precedenti tradizioni vediche dell'India. Il termine sanscrito per questi esseri celesti è Apsara, ed esso si riferisce alle bellezze divine e ai ballerini che popolavano la corte di Lord Indra nella mitologia indù. In Giappone, il termine Apsara è reso come TENNIN.

Nell'arte, appaiono più frequentemente come ballerini e musicisti che adornano statue, dipinti e templi in Cina, Giappone e Sud-Est asiatico. I loro attributi non sono chiaramente specificati nei testi buddisti e quindi il loro aspetto è piuttosto vario. In Giappone, vengono spesso mostrati in piedi o seduti sulle nuvole o mentre volano in aria in pose aggraziate. Spesso sono intenti a suonare strumenti musicali o a spargere fiori per lodare gli dei, e di solito indossano indumenti celesti leggeri e fluttuanti, impreziositi da sciarpe di garza, i Tenne.


Japan History: Hattori Hanzō

Hattori Hanzō

Hattori Hanzō (服部 半蔵, ~1542 – 4 Novembre, 1596), conosciuto anche come Hattori Masanari o Hattori Masashige (服部 正成), è stato un samurai dell'era Sengoku. È famoso per aver salvato la vita di Tokugawa Ieyasu e per averlo aiutato a diventare il dominatore del Giappone.

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Era il figlio di Hattori Hanzō Yasunaga (服部 半蔵(半三) 保長), samurai minore al servizio del clan Matsudaira (successivamente Tokugawa). In seguito, per via delle tattiche utilizzate per le sue operazioni, gli venne dato il soprannome di Oni no Hanzō (鬼の半蔵, Demone Hanzō). Ciò per distinguerlo da Watanabe Hanzo (Watanabe Moritsuna), il cui soprannome era Yari no Hanzō (槍の半蔵 Lancia Hanzō).

Si narra che Hanzō iniziò il suo addestramento sul monte Kurama a nord di Kyōto all'età di 8 anni, divenne un guerriero esperto a 12 anni e fu riconosciuto come maestro samurai a 18.

Combattè la sua prima battaglia a 16 anni (un attacco notturno al Castello di Udo). Successivamente, riuscì a portare a termine con successo il salvataggio delle figlie di Tokugawa al Castello di Kaminogō, nel 1562, prendendo poi d'assedio il Castello di Kakegawa nel 1569.

Si distinse inoltre nelle battaglie di Anegawa (1570) e Mikatagahara (1572).

Secondo il Kansei Chōshū Shokafu, una genealogia di grandi samurai completata nel 1812 dallo shogunato Tokugawa, Hattori Hanzō rese meritevole servizio a Mikatagahara, diventando poi comandante dell'Unità di Iga costituita da 150 uomini. Catturò infatti una spia di Takeda Shingen chiamata Chikuan e, quando le truppe di Takeda invasero Totomi, Hanzō contrattaccò con soli 30 uomini presso il fiume Tenryū.

Durante la guerra Tenshō Iga, nel 1579, difese il paese natale dei ninja nella provincia di Iga dalle mire di Oda Nobukatsu, secondo figlio di Oda Nobunaga. E di nuovo combattè valorosamente nel 1581, questa volta però senza successo, per prevenire che la provincia di Iga venisse eliminata dalle forze sotto il comando personale dello stesso Nobunaga.

Il suo più grande contributo arrivò però nel 1582, dopo la morte di Oda Nobunaga. Guidò infatti il futuro shogun Tokugawa Ieyasu verso la salvezza, nella Provincia di Mikawa, attraversando il territorio di Iga con l'aiuto dei rimanenti ninja locali. Hanzō sembra abbia anche aiutato a salvare la famiglia di Ieyasu che era stata catturata.

Prestò servizio durante l'assedio di Odawara e fu premiato con 8,000 koku. E nel momento in cui Ieyasu entrò Kantō, ricevette altri 8,000 koku, 30 yoriki e 200 pubblici ufficiali a suo servizio. Si diceva inoltre che Ieyasu avesse cominciato a assumere al suo servizio più ninja di Iga con Hanzō come leader.

Hanzō era famoso per essere un esperto stratega e maestro nella lotta con la lancia. Fonti storiche dicono che trascorse gran parte dei suoi ultimi anni come monaco sotto il nome di "Sainen",  e che avesse costruito il tempio Sainenji. Tempio eretto per commemorare il figlio maggiore di Tokugawa Ieyasu, Nobuyasu. Nobuyasu infatti era stato accusato di tradimento e di cospirazione da Oda Nobunaga e gli era stato ordinato di fare seppuku da suo padre Ieyasu. Hanzo fu chiamato come suo secondo ufficiale per mettere fine alle sofferenze di Nobuyasu. Ruolo che rifiutò non volendo sollevare la spada sulla discendenza del suo stesso signore. Sembra che Ieyasu, dopo aver saputo delle traversie affrontate da Hanzo, avesse apprezzato la sua lealtà e disse: "Anche un demone può versare lacrime".

Alcuni racconti gli attribuiscono abilità sovrannaturali come il teletrasporto, la psicocinesi, e la precognizione. Tutto ciò ha contribuito a renderlo sempre più importante nella cultura popolare. Morì all'età di 55 anni.

Dopo la sua morte, il 4 Novembre 1596, a succedergli fu suo figlio, il cui nome era sempre Masanari scritto però con kanji differenti. Ricevette il titolo di Iwami no Kami ed i suoi uomini di Iga furono posti a guardia del Castello di Edo, il quartier generale del governo del riunito Giappone. Ad oggi, è ancora possibile vedere una parte dell'eredità lasciata da Hanzō. Il Palazzo Imperiale di Tokyo ha ancora un cancello chiamato Hanzō's Gate (Hanzōmon), con una omonima linea metropolitana Hanzōmon.

Hattori Hanzō nella cultura di massa

Photo Credits: bastardosenzagloria.com

Come figura storica e protagonista di uno dei più grandi periodi della cultura dei samurai in Giappone, Hattori Hanzō ha molti ammiratori, sia Giapponesi che non. Nella cultura moderna è spesso associato ai ninja di Iga.

Molti film, speciali e serie tv sulla vita di Tokugawa Ieyasu descrivono gli avvenimenti menzionati sopra. L'attore Sonny Chiba ha interpretato il suo ruolo nella serie Hattori Hanzô: Kage no Gundan (Guerrieri dell'ombra), in cui lui e i suoi discendenti sono i personaggi principali.

La sua vita ed il servizio reso a Tokugawa Ieyasu sono stati ripresi nella manga  Path of the Assassin, mentre il giovane Hanzō è il personaggio principale del manga Tenka Musō.

Il romanzo The Kouga Ninja Scrolls ed i suoi adattamenti ritraggono i 4 Hattori Hanzo che hanno servito come capi ninja sotto il comando di Tokugawa Ieyasu.

Hanzō appare anche nel romanzo Fukurō no Shiro (Owl's Castle), nonché in tutta una serie di manga. Nel manga ed anime Gintama ad esempio è presente un personaggio parodia chiamato Hattori Zenzo, mentre nel manga Naruto il personaggio chiamato Hanzō è il leader del villaggio segreto di ninja Amegakure. In Samurai Deeper Kyo, un inusuale colpo di scena rivela che Hattori Hanzō è in realtà Tokugawa Ieyasu travestito. Compare anche in Tail of the Moon, e nel live-action Goemon, oltre che nell'episodio "Spartan vs. Ninja" del programma televisivo Deadliest Warrior.

Hattori Hanzō appare come un personaggio ricorrente nella serie di video game Samurai Shodown della SNK, apparendo in ogni gioco della serie, nonché nell'adattamento anime. Fa alcune comparse anche nella serie The King of Fighters. In World Heroes, un altro videogame della SNK, Hanzō è uno dei personaggi principali insieme al suo rivale Fūma Kotarō. Nel video game Samurai Warriors è invece ritratto come un ninja altamente qualificato, molto leale a Tokugawa Ieyasu. Appare anche in diversi altri video game come Taikou Risshiden V, Kessen III, Civilization IV: Beyond the Sword, Shall We Date?: Ninja Love, Pokémon Conquest, Sengoku Basara: Samurai Heroes, e la serie Suikoden. Nell’edizione limitata di Total War: Shogun 2 è il capo del Clan Hattori, una delle fazioni che lottano per la supremazia in Giappone, e ha una unità DLC chiamata"Hanzo's Shadows".

Alcuni lavori, come il gioco di carte collezionabili Force of Will, la serie Hyakka Ryōran, l'anime Sengoku Otome: Momoiro Paradox, ed il video game Yatagarasu, lo reimmaginano come ninja donna.

Nel film Kill Bill, Hattori Hanzō è il nome di un abilissimo maestro forgiatore di letali spade che ha creato una katana speciale per la protagonista, nonostante avesse giurato a sè stesso che non avrebbe più realizzato strumenti di morte.


Japan Travel: Aokigahara

Aokigahara

Photo credits: Ko Sasaki for The New York Times 

Jukai, il mare di alberi in cui affogare la propria anima

Ai piedi del Monte Fuji, nata dall’eruzione del vulcano Nagaoyama nell'864 d.C., sorge Aokigahara (青木ヶ原) più conosciuta con il nome di Jukai (樹海, mare d'alberi).  È una fitta foresta di 35 km² costituita da caverne e una intricata vegetazione di cipressi, querce e arbusti tra cui il fiore della neve giapponese. La sua particolare conformazione non permette il passaggio del vento e dei raggi solari donandole un aspetto spettrale e silenzioso. In inverno la fitta nebbia che la circonda ne vieta l’accesso ai visitatori incapaci persino di trovarne l’entrata.

Quella di Aokigahara è una triste storia poichè lasciare i sentieri ufficiali significa perdersi nella sua immensa struttura labirintica. Coloro che solitamente abbandonano il percorso stabilito hanno una sola intenzione: il suicidio. Non è difficile quindi imbattersi in cartelli sia in lingua giapponese che in inglese che cercano di dissuadere le persone dalle macabre intenzioni.

“La tua vita è un dono prezioso ricevuto dai tuoi genitori” 

“Per favore, rivolgiti alla polizia o un medico prima di commettere suicidio“

“Non restare da solo con i tuoi problemi, parlane!”

Photo credits: Google images

La Foresta Dei Suicidi

Dal 1950 ad oggi, le statistiche di Jukai danno i brividi: dai 30 ai 105 suicidi l'anno. Nel 1970 il governo giapponese decise di costituire una speciale ronda annuale, composta da ufficiali di polizia, volontari e giornalisti. Questa ronda è addetta alla ricerca e alla rimozione dei cadaveri, ma ciò non esclude la terribile possibilità di imbattersi in scheletri e corpi putrefatti camminando per la foresta. Spesso è possibile trovare anche degli Ema: delle tavolette sulle quali sono scritte maledizioni contro coloro che spinsero le persone a togliersi la vita.

Allontanarsi dal sentiero ufficiale vuol dire anche incontrare nastri colorati tesi tra gli alberi, e questo perchè non tutte le persone che si inoltrano nella foresta hanno deciso di morire. Alcuni vogliono semplicemente riflettere e questi fili sono necessari per ritrovare la strada nel caso si decidesse di vivere. Seguire quei percorsi porta quasi sempre a qualcosa però: qualche oggetto, una tenda abbandonata e, nel peggiore dei casi, al corpo senza vita di chi ha fatto la scelta sbagliata.

C'è un'altra particolarità che rende Aokigahara inquietante e misteriosa: gli smartphone e tutti i dispositivi elettronici smettono di funzionare all'interno della boscaglia e le bussole impazziscono. Ritrovare il nord è impossibile. Tutto questo è causato dall'alto tasso di magnetite, il minerale con le più forti proprietà magnetiche.

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Gli spiriti di Jukai

Nei tempi antichi si raccontava che in essa vi risiedessero i Kodama (木魂), gli spiriti degli alberi che imitano le voci dei defunti. Poiché essi possiedono poteri sovrannaturali, abbattere un albero ritenuto dimora di un kodama è considerato fonte di sventura. I giapponesi usano quindi marcare i tronchi di quegli alberi con una corda sacra detta Shimenawa. Al contrario, vedere un kodama è reputato un buon auspicio perché significa che il luogo è vitale e pieno di energia positiva.

Ma i Kodama non sono i soli esseri che si dice popolino questo luogo. La foresta sembra infatti essere infestata da veri e propri fantasmi, gli Yurei. Il termine si compone del kanji yū (幽 "flebile", "evanescente", ma anche "oscuro") e rei (霊 "anima" o "spirito"). Gli Yurei incarnano le anime dei defunti morti di morte violenta, perchè suicidi o perchè assassinati. Incapaci di lasciare il mondo dei vivi e raggiungere in pace l'aldilà hanno bisogno di portare con sé altre vite.

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Romanzi e Film nella cultura di massa

Nel 1960 venne pubblicato Nami no tō (波の塔) “Tower of Waves” di Seichō Matsumoto, che parla di due amanti che si tolgono la vita nella foresta. Jukai viene descritta da Matsumoto come “la più bella foresta abbandonata e selvaggia che esiste.. Un posto perfetto per morire in segreto”.

Negli anni più recenti Hollywood ha dato vita a una serie di pellicole. Nel 2013 esce "Grave Halloween" in cui una giovane donna si reca a Aokigahara con degli amici per ritrovare il corpo della madre, una biologa scomparsa nella foresta. Nel 2015 viene alla luce "La foresta dei sogni", diretto da Gus Van Sant, la cui trama vede un uomo statunitense che si reca a Aokigahara per togliersi la vita e lì incontra un uomo giapponese con le stesse intenzioni. Mentre nel 2016 invade le sale cinematografiche l'horror-thriller "Jukai - La foresta dei suicidi" in cui una ragazza viaggia fino a Aokigahara per ritrovare la sorella gemella di cui non ha più notizie.